INCONTRO FORMATIVO PER OPERATORI DEL MASSAGGIO DEL BEN-ESSERE
TITOLO COMUNICARE: ESPERIENZE A CONFRONTO a cura di dr. Francesco MONTEFINESE |
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CONTENUTI TEORICI Comunicazione, dal latino comunico, significa condivisione. Elementi universali della comunicazione1. l'emittente: è il soggetto (o i soggetti) che comunica il messaggio |
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E’ possibile individuare in ambito teorico due modelli di studio che riguardano la comunicazione tra i quali il secondo è il modello più vicino al fenomeno della comunicazione tra sistemi viventi, rappresentandone tutta la complessità ed il fascino di un atto comunicativo nonché di una buona comunicazione: |
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in questo caso abbiamo una descrizione della comunicazione come passaggio relativamente semplice di informazioni dunque una trasmissione.
il secondo modello è molto più complesso in quanto implica una sovrapposizione dei due sistemi che comunicano con un’area comune che sta proprio a designare il fatto che il ricevente e contemporaneamente emittente e l’emittente contemporaneamente ricevente in una circolarità che non è possibile scindere individuandone un inizio ed una fine.
in questo caso la comunicazione è una relazione, un mettere in comune (senso etimologico della parola derivata dal latino), una com-prensione. L’elemento del “mettere in comune” o meglio le parti sovrapposte stanno proprio ad indicare non solo che ciò è quello che accade a tutti i sistemi viventi (e cioè che comunichiamo sempre continuamente anche senza volerlo e senza saperlo), ma sta anche ad indicare che la comunicazione o meglio una soddisfacente comunicazione non è altro che la capacità di entrare (consapevolizzare) nella mappa concettuale dell’altro.
La buona comunicazione racchiude in se parte del Ben-essere che le persone che non comunicano in modo soddisfacente non possono provare e vivere
La buona comunicazione induce anche un buon ascolto; significa dunque sapersi ascoltare e saper ascoltare l’altro.
Le figure professionali che si occupano di Ben-essere e/o di Ri-abilitazione hanno necessità di porsi in uno stato interno (o meglio processo) di una buona comunicazione dunque di un buon ascolto di se e dell’altro per poter operare con le proprie metodologie nella direzione di una diffusione del ben-essere. Anche il massaggio è una forma di comunicazione.
Se volessimo dunque trarre da quanto finora detto, una legge precisamente sulla comunicazione possiamo così delinearla e cioè:
non è possibile non comunicare
aggiungerei che è dunque una necessità della vita biologicamente e spiritualmente intesa.
La comunicazione è complessa anche perché è possibile distinguerne diverse forme:
Comunicazione verbale: utilizza le parole e dunque noi siamo attenti al contenuto di cio’ che viene detto
Comunicazione non verbale: espressione dei volto, gesti, posture corporee e necessariamente anche le tensioni di singoli muscoli o gruppi muscolari in diverse parti del corpo. E', questa forma di comunicazione molto meno meno facilmente sottoponibile a "censura", e quindi succede che puo’ esprimere e dunque rinforzare, per esempio, i contenuti delle parole, ma, può anche tradirli in qualche modo. Teniamo presente che la comunicazione non verbale e paraverbale insieme occupano una percentuale molto ampia rispetto alla comunicazione non verbale e quella che arriva indubbiamente ad ognuno di noi dell’altro anche a scapito delle parole e dei loro significati.
Comunicazione para-berbale: come dice la stess parola “para-verbale” è tutto ciò che accompagna necessariamente l’emissione della parola strutturata in quanto parola e per esempio il tono della voce, il timbro, il volume, il ritmo del linguaggio, esitazioni della durata di secondi, emissione di suoni non codificabili che accompagnano la parola o le parole..
Se pensiamo per esempio ad una persona che parla frettolosamente e con un ritmo del inguaggio molto incalzante ci vengon in mente persone con vissuti e stati emotivi di tipo ansioso o estremamente preoccupato. Se facciamo mente locale a tutte le volte in cui noi siamo ansiosi per qualsiasi motivo nela vita il nostro ritmo del inguaggio è piuttosto accelerato. Al contrario una persona con umore triste, depresso, o semplicemente molto rilassato tenderà ad avere un ritmo piuttosto ampio del linguaggio.
Lo stesso tono di voce può alzarsi o abbassarsi, divenire più acuto o più basso, coinvolgendo più o meno alcuni muscoli del diaframma o della parte alta del busto a seconda se il nostro stato interno è in un certo momento di tensione e di allarme piuttosto che tranquillo. Questi sono esempi reali e contemporaneamente semplici, gli aspetti paraverbali della comunicazione offrono una complessità enorme possono dunque rivelare di noi stessi processi interni di cui noi siamo inconsapevoli in quel determinato istante.
Comunicazione simbolica: il nostro modo di vestire, gli oggetti di cui ci circondiamo, il modo di come è arredato il nostro luogo di accoglienza degli altri piuttosto che i nostro studio di lavoro, i colori che indossiamo e tutto il resto. Costituiscono una parte molto significativa della nostra comunicazione.
| CONDIZIONI E TECNICHE |
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La condizione di base per poter ben comunicare e soprattutto saper ben ascoltare l’altro è quella dell’ASCOLTO ATTIVO.
Dobbiamo inoltre sapere a questo punto che la qualità del nostro ascoltare l’altro è un messaggio in sé;
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Per chi è curioso….. ulteriori approfondimenti:
(Tratto da: lezioni sulla comunicazione università di Udine, Facoltà di Psicologia)
La comunicazione è animale
La forma più elementare di comunicazione, ma anche la più universale, è la comunicazione
animale, presa a modello dalla stessa cibernetica per mostrare la differenza tra la
comprensione della comunicazione e la strumentazione con cui si attua.
La comunicazione è sempre tra animali, sebbene non sia sempre diretta. Per esempio,
non comunichiamo con i calcolatori, ma per mezzo di loro. Un segnale animale è un processo
fisico eseguito e controllato da un animale, percepibile da altri animali e capace di
alterare il loro comportamento; il messaggio portato da un segnale animale è una rappresentazione
codificata di eventi del sistema nervoso centrale dell'individuo segnalante; il significato
di un messaggio per un ricevente è il cambiamento nel suo sistema nervoso centrale
causato dal segnale che porta il messaggio; un animale capisce un messaggio se gli
eventi provocati nel suo sistema nervoso centrale dal segnale che lo provoca sono simili a
quelli che sono avvenuti nell'animale che lo ha emesso; due animali comunicano se essi
comprendono i messaggi dei segnali che si scambiano. Benché la comunicazione possa
avere un valore, non è necessariamente intenzionale. Per esempio i segni scambiati da
insetti sociali, essendo programmati geneticamente, non sono intenzionali anche se sono
funzionali.
La psicologia animale definisce la comunicazione come la trasmissione di informazioni
da un animale all'altro tramite segnali che sono il prodotto di una specifica selezione naturale.
La comunicazione si è evoluta sia al servizio della riproduzione sessuale, come i segnali
relativi alle condizioni di recettività sessuale nelle femmine o i comportamenti di corteggiamento,
sia al servizio della delimitazione del territorio, come la designazione dei distretti
attraverso il canto degli uccelli canori o la deposizione di escrementi come nei gatti onei cani. Oltre che nell’ambito della stessa specie esistono tipi di comunicazione fra specie differenti, in particolare tra predatore e preda, mentre nei primati che vivono in società si
riscontrano forme di comunicazione attraverso espressioni facciali analoghe a quelle delI'uomo.
La comunicazione è sociale
Ogni comunicazione è un fatto sociale, sia che avvenga tra due o più individui sia che
avvenga nel colloquio interiore di un individuo con se stesso. La ragione è dovuta al fatto
che ogni segno è leggibile solo all'interno di un'esperienza comune o di un sistema basato
su consuetudini culturali comuni. Per questo prevede oltre alla sintassi che studia i rapporti
formali dei Segni fra loro senza riferimento al contenuto significativo, e oltre alla semantica
che si riferisce alla relazione dei segni con ciò che designano, c’è una pragmatica che studia
il rapporto dei segni con coloro che ne fanno uso in una determinata situazione. Questo
rapporto presenta le forme più svariate. Ogni atto di comunicazione costituisce un rapporto
sociale. Ciò lo si osserva in massimo grado nella lingua: ogni frase è assertiva, interrogativa,
imperativa o ottativa: questo lo si marca nell'intonazione, nella scelta e nell'ordine
delle parole. Si parla per informare il proprio ascoltatore, per chiedergli informazioni, per
dargli un ordine, o per prenderlo come testimone di un desiderio.
Su questa base si distingue la comunicazione, caratterizzata dall'intenzione del mittente
di rendere il ricevente consapevole di qualcosa, dal passaggio di informazione dove questa
intenzione è assente mentre ciò che conta è il valore o il significato che il ricevente attribuisce
al messaggio, per cui vale la pena di osservare che il significato del mittente include
la nozione di intenzione, mentre il significato del ricevente coinvolge la nozione di
valore o significanza. Alla base di entrambi, dell'intenzione del mittente e del conferimento
di significato da parte del ricevente, c'è la nozione di scelta: da ciò dipende uno dei fondamentali
principi della semantica: il principio della scelta, ossia la possibilità di selezione
fra alternative. Questo principio si esprime di frequente così: il significato o la significatività
implica scelta.
La comunicazione non verbale
Apparentemente nell'uomo il sistema comunicativo più importante è quello verbale: è
anzi questa una delle caratteristiche più salienti ed esclusive della nostra specie. Tale indiscutibile
predominanza del sistema verbale ha tuttavia portato, specie in passato, molti
Autori a trascurare la possibilità di altri sistemi comunicativi, o comunque a considerarli di
importanza massima.
D'altra parte, ricerche relativamente recenti hanno richiamato l'attenzione sul ruolo dei
meccanismi non verbali nella nostra specie, sottolineando come essi abbiano, seppure
spesso a livello non pienamente cosciente, un'importanza determinante. Poiché questo interesse
per la CNV ha dovuto e ancor oggi deve molto allo studio della comunicazione negli
altri animali, è proprio da questo argomento che dovremo iniziare la nostra esposizione.
Lo studio della comunicazione costituisce indubbiamente uno dei punti centrali e più vitali
del moderno studio del comportamento animale, soprattutto in vista del fatto che la
comunicazione è uno degli aspetti fondamentali di qualsiasi tipo di comportamento "sociale".
Come si è visto in precedenza, la comunicazione non è costituita né dal segnale né dalla
risposta, ma dalla relazione tra questi due elementi. Nel caso del comportamento animale,
anche se un animale emette un segnale e l'altro apparentemente risponde a esso,
non si può affermare che vi è stata comunicazione a meno che la probabilità della risposta
emessa dal secondo animale non risulti modificata rispetto a ciò che era prevedibile in assenza
del segnale.
Sappiamo ovviamente che nel caso delI'uomo la comunicazione si può verificare anche
in assenza di una modificazione visibile da parte del recipiente (informazioni banali o momentaneamente
inutili possono essere registrate mentalmente senza tuttavia essere immediatamente
utilizzate in un'azione), ma nel caso del comportamento animale non è invece
possibile utilizzare altro criterio che quello dell'emissione di una risposta da parte del
recipiente. D'altro canto, anche nel comportamento animale esistono azioni che alterano la
probabilità di emissione di una risposta ma non costituiscono tuttavia una vera e propria
comunicazione.
Gli animali (uomo compreso), per comunicare, utilizzano un gran numero di canali sensoriali
differenti.
Il canale forse più studiato e che ha probabilmente maggiore importanza nei vertebrati è
quello visivo: la comunicazione visiva è spesso caratterizzata da esibizioni stereotipate
(display), che possono generalmente essere percepite a distanza relativamente elevata.
Nella comunicazione visiva possono essere distinte varie sottocategorie, come:
a) l'aspetto corporeo, che può servire a segnalare la specie, lo stato di arousal sessuale,
le emozioni, l'aggressività, l'eccitazione (in questa categoria vengono comprese
anche le variazioni di colore della cute che possono segnalare emozioni o aggressività);
b) i comportamenti spaziali, variabili tra specie e specie e in funzione della situazione
ambientale, che possono contribuire a segnalare le distanze interindividuali e il territorio;
c) le espressioni facciali, di grande importanza in particolare nei Primati, in cui si ha un'espressività
estremamente sviluppata
d) la direzione dello sguardo e le sue caratteristiche, che riflettono l'atteggiamento generale
dell'animale divengono segnali sociali di notevole importanza: ad esempio in
molte specie uno sguardo diretto e fisso negli occhi di un altro animale può essere un
segnale di minaccia;
e) gesticolazioni, che possono avere significato di minaccia, di rappacificazione, di invito,
ecc. È interessante notare come spesso negli scimpanzé siano presenti gesticolazioni
assai simili a quelle umane;
f) postura: come venne già notato da Darwin (1872), il modo in cui l'animale si muove e
le sue differenti posture possono riflettere il suo stato emotivo o sociale.
Un secondo canale di grande importanza è quello vocale, che ha il vantaggio di poter
essere ricevuto a notevole distanza senza comunicare necessariamente la posizione dell'individuo
che lo emette. In questa categoria rientrano molti segnali di allarme, ma anche
molte vocalizzazioni di corteggiamento. Ovviamente, gli animali più noti per le loro vocalizzazioni
sono gli uccelli, in alcuni dei quali esse hanno un notevolissimo grado di sofisticazione,
ma questo canale è ampiamente utilizzato anche dai Primati, in particolare dagli
scimpanzé, che hanno un repertorio vocale abbastanza esteso.
Il terzo canale, quello tattile, che nella nostra specie è spesso inibito, almeno nelle culture
occidentali, ha anche grande diffusione negli animali. Esso permette ovviamente solo
lo scambio di messaggi a brevissima distanza, ma ha notevole valore nelle interazioni sociali
più intime, legate al riconoscimento individuale. Ad esempio si potrà trattare delle pulizie
sociali reciproche, di segnali di presentazione sessuale e in generale del contatto fisico
come segnale affettivo o di rappacificazione.
Il quarto canale, quello olfattivo-gustativo, è pure assai inibito nelle società occidentali,
ma ha estrema importanza negli animali. Esso permette una grande varietà di segnali, che
presentano inoltre una caratteristica persistenza nel tempo (l'escreto di determinate ghiandole
può persistere a lungo nell'ambiente) e una tendenza alla diffusione. Tra i segnali
chimici più frequentemente usati, ve ne sono di corteggiamento, di territorio, di allarme, di
disponibilità sessuale, di aggressività, ecc.
Esistono poi anche altri canali, probabilmente non utilizzati dall'uomo, ma presenti in un
numero limitato di specie animali: ad esempio vi sono alcuni pesci che possono comunicare
attraverso modificazioni del campo elettrico.
Per mezzo di tutti questi segnali e delle loro combinazioni, gli animali possono, naturalmente
in modo e misura differenti da specie a specie, comunicare una grande varietà di
messaggi, il cui studio è di estrema importanza per la comprensione delle modalità comunicative
della nostra specie. In alcuni casi, è stato inoltre possibile insegnare sperimentalmente
a degli scimpanzé a utilizzare vari tipi di "linguaggio" umano, ad esempio il linguaggio
gestuale utilizzato dai sordomuti.
Comunque, nonostante i risultati veramente strabilianti di alcuni studi, è evidente la necessità
di tracciare una linea di divisione tra l'uomo e gli altri organismi per quanto concerne
le capacità di comunicazione: non vi possono essere dubbi che il linguaggio umano,
nelle sue diverse forme, superi nettamente come complessità e flessibilità quello di qualsiasi
altra specie.
Origini della cnv nell'uomo
Una risposta almeno parziale all'interrogativo di quali siano le origini della CNV nell'uomo
può essere tratta da quanto abbiamo detto più sopra riguardo alla filogenesi di alcuni
comportamenti non verbali, ma il problema rimane tuttavia aperto. Nel caso degli animali, i
meccanismi comunicativi possono essere in larghissima parte ricondotti a fattori biologici,
ma questa constatazione non può essere considerata sufficiente: è necessario cercare di
chiarire i meccanismi evolutivi che hanno portato allo sviluppo dei segnali sociali utilizzati
dalle varie specie. Nel caso dell'uomo, il problema è ancora più complesso, dato che elementari
considerazioni portano alla conclusione che nella nostra specie la maggior parte
dei processi comunicativi è appresa o comunque ampiamente modificata dall'apprendimento.
Resta tuttavia da chiarire quanta parte esattamente del comportamento comunicativo
umano, verbale o non verbale, sia biologicamente determinata e quanta sia invece attribuibile
a fattori di apprendimento, e inoltre è ancora relativamente oscuro quali siano i tipi
di apprendimento che entrano in gioco nella sua acquisizione; questo problema è particolarmente
avvertibile nel caso della CNV, data la relativa carenza di ricerche affidabili. In
base ai pochi dati disponibili sembra che un insegnamento esplicito e cosciente della CNV
sia relativamente raro, mentre un ruolo importante sarebbe svolto da fenomeni imitativi;
una spiegazione in termini di imitazione può tuttavia essere difficile da sostenere, in particolare
quando si tratti di usi complessi della CNV, come ad esempio l'elaborazione dei segnali
non verbali che regolano il flusso del discorso tra due o più persone.
Un contributo importante alla soluzione di questo problema può venire dallo studio di
culture differenti: le ricerche transculturali sinora condotte indicano che, sebbene vi possano
essere alcune variazioni, alcuni aspetti della CNV (come ad esempio quelli legati all'espressione
facciale delle emozioni) sono comuni a tutte le culture umane, mentre altri aspetti
(come ad esempio i gesti simbolici) hanno una variabilità interculturale assai maggiore.
Non si deve inoltre mai dimenticare che l'uomo possiede anche un linguaggio verbale
assai sviluppato, che coesiste con la CNV, per cui quest'ultima non deve mai essere considerata
separata da esso. Il linguaggio verbale è spesso accompagnato da una complessa
serie di segnali non verbali che esemplificano, accentuano, sostengono il discorso verbale
e ne regolano il flusso e la sincronizzazione. È a questo punto necessario affrontare
direttamente il problema, che avevamo rimandato, della definizione della CNV.
Verso una definizione della comunicazione non verbale
Possiamo dire che la CNV comprende tutte le risposte umane che non possono essere
descritte come parole espresse manifestamente (oralmente o per iscritto).
Una classificazione abbastanza comprensiva dei fenomeni non verbali può essere basata,
ad esempio, sui canali sensoriali interessati (acustico, visivo, olfattivo-gustativo e tattile).
Tra i comportamenti non verbali si possono indicare il contatto diretto, la postura, l'aspetto
fisico, i movimenti mimici e gestuali, la direzione dello sguardo e le variabili paralinguistiche
indicative dello stato emotivo, come il tono di voce, il ritmo del discorso e la sua accentuazione,
i movimenti del corpo o comportamenti cinesici, espressioni facciali, caratteristiche
fisiche, comportamenti oculari, comportamenti di contatto diretto, paralinguaggio,
prossemica, artefatti e fattori ambientali; in più l'olfatto, la sensibilità cutanea alla temperatura
e al contatto e l'uso di artefatti.
In genere, la maggior parte degli Autori hanno classificato i comportamenti non linguistici
principalmente in termini di zona (la faccia, gli occhi) o di attività del corpo (i gesti, l'avvicinamento
o l'allontanamento), cioè il "linguaggio delle azioni", il "linguaggio dei segnali" e
"linguaggio degli oggetti".
I segnali non verbali hanno tre diversi livelli funzionali:
1. definiscono, condizionano e limitano il sistema: il tempo, il luogo, la situazione possono
dare ai soggetti che interagiscono delle indicazioni su chi partecipa al sistema,
su quali saranno le interazioni prevedibili e su quale è di conseguenza il contenuto
più appropriato della comunicazione;
2. contribuiscono a regolare il sistema, indicando la gerarchia e la priorità tra gli interlocutori,
segnalando il fluire e il ritmo delle interazioni, fornendo metacomunicazione e
feedback;
3. comunicano il contenuto, a volte in modo più efficiente dei segnali linguistici, ma per
lo più in modo complementare e ridondante rispetto al flusso verbale.
In generale, bisogna ricordare che un'espressione comunicativa può includere o
meno un comportamento verbale, ma che una componente non verbale è sempre
presente.
Quando l'atto verbale si verifica, l'atto non verbale può essere o no in accordo con esso,
ma costituisce comunque un correlato necessario dell'evento comportamentale nel suo insieme.
Ad esempio, una persona può comunicare il fatto che sta piovendo alzando il volto
verso il cielo e stendendo le mani in avanti per sentire le gocce, sia che ciò sia o meno accompagnato
dalla verbalizzazione "mi sembra che stia cominciando a piovere". Di conseguenza,
in alcuni casi la CNV può sostituire quella verbale e comunque contribuisce alla
sintassi in tutti i casi di comunicazione interpersonale.
I vari ruoli dei comportamenti non verbali nella comunicazione umana si possono definire
in cinque funzioni generali specifiche del comportamento non verbale in rapporto alla
comunicazione verbale. Di queste cinque funzioni, la più ovvia è forse la ripetizione, in cui
il gesto ripete il significato della parola; i comportamenti non verbali possono tuttavia anche
contraddirsi con quelli verbali, come nel caso di una lode verbale data con un tono di
voce sarcastico, possono essere complementari a quelli verbali, come quando una lode è
accompagnata da un sorriso, possono accentuare la verbalizzazione, ad esempio toccando
affettuosamente l'interlocutore, e possono infine essere utilizzati per regolare le interazioni
e le comunicazioni umane, in particolare per mezzo della mimica facciale, dei gesti e
dello sguardo.
Le funzioni della CNV e i suoi rapporti con la comunicazione verbale possono, dunque,
essere schematizzati nelle seguenti categorie:
a) Ripetizione. La CNV può servire semplicemente a ripetere ciò che viene detto
verbalmente. Ad esempio, se si spiega a una persona quale strada deve seguire
per arrivare a un determinato luogo e contemporaneamente si indica con la mano
la direzione da prendere, il segnale non verbale non fa che ripetere l'indicazione
verbale.
b) Contraddizione. Il messaggio non verbale può contraddire quello verbale. Ad esempio,
l'affermare di non essere nervosi al momento di un colloquio importante
può essere contraddetto dalla sudorazione delle mani o dal tremito degli arti.
Molti ricercatori ritengono che, quando si ricevono messaggi verbali e non verbali
in contraddizione tra loro, si tenda generalmente a dare maggiore affidamento a
quelli non verbali; si ritiene infatti che i segnali non verbali siano più spontanei e
più difficili da dissimulare o da fingere. In realtà, è probabilmente più corretto affermare
che certi comportamenti non verbali sono più spontanei e più difficili da
fingere e dissimulare di altri e che vi possono essere notevoli differenze individuali
nella capacità di mentire non verbalmente. Nel caso di due segnali contraddittori,
entrambi non verbali, in generale ci si fida maggiormente di quello che
viene ritenuto più difficile da simulare. Questa maggiore fiducia nei segnali non
verbali sembra essere il prodotto di un apprendimento culturale, dato che a volte
i bambini si fidano meno dei segnali non verbali che di quelli verbali, quando vi
sia una contraddizione tra di essi.
Alcune ricerche mettono invece in dubbio la teoria che in situazioni ambigue la
fiducia maggiore venga attribuita ai segnali non verbali: si è notato infatti che la
tendenza ad attribuire maggior peso agli stimoli verbali o a quelli non verbali
sembra essere una caratteristica costante dell'individuo: certi soggetti davano
costantemente maggior credito ai segnali verbali, altri a quelli non verbali. Ciò
può essere determinato sia da esperienze precedenti che da fattori biologici, ad
esempio dalla dominanza di un emisfero cerebrale.
c) Sostituzione. Il comportamento non verbale può sostituire il messaggio verbale.
Ad esempio, una persona depressa per una situazione di crisi può comunicare il
proprio stato d'animo senza utilizzare alcuna vocalizzazione, ma semplicemente
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per mezzo di segnali non verbali; oppure, in una situazione di corteggiamento,
l'irrigidirsi di uno dei partner può segnalare all'altro l'inopportunità del suo comportamento
senza che venga utilizzato alcun messaggio verbale.
d) Complementazione. Il comportamento non verbale può modificare o integrare i
messaggi verbali, ad esempio quando si parla con un superiore del propri insuccesso.
Analogamente, rientra in questa funzione della CNV il segnalare a un'altra
persona il modificarsi dell'umore o dell'atteggiamento.
e) Accentuazione. La CNV può accentuare parti del messaggio verbale analogamente
a quanto la sottolineatura fa per quello scritto: i movimenti del capo e delle
mani sono frequentemente utilizzati a questo scopo, sebbene naturalmente vi
siano notevoli differenze sia culturali che individuali. In certi casi, l'accentuazione
è invece tra due serie di segnali entrambi non verbali; ad esempio, Ekman (1971)
ha notato che le emozioni vengono trasmesse soprattutto per mezzo delle espressioni
facciali, ma che il livello di eccitazione viene invece segnalato in modo
più affidabile dagli atteggiamenti del corpo.
f) Relazione e regolazione. La CNV viene anche utilizzata per regolare il flusso
comunicativo tra le persone che partecipano all'interazione. Un cenno del capo,
un movimento degli occhi, un cambiamento di posizione o anche combinazioni di
questi e altri segnali possono indicare a uno dei partecipanti all'interazione che
può continuare a parlare, oppure di smettere perché l'altro partecipante vuole intervenire.
In genere gli interlocutori si basano ampiamente, anche se inconsciamente,
su tali feedback per verificare in che modo viene recepito ciò che stanno
dicendo e per controllare se l'altra persona presta attenzione al discorso.
Modi di comunicazione non verbale
Movimenti del corpo, o comportamenti cinesici. Vengono generalmente compresi
sotto questi termini le gesticolazioni, i movimenti del tronco, degli arti, delle mani, le espressioni
della mimica facciale (in particolare il riso e il sorriso, i movimenti degli occhi, la
direzione e la durata dello sguardo, la dilatazione pupillare) e la postura.
È possibile dividere i comportamenti cinesici nelle seguenti categorie:
a) Comportamenti emblematici. Si tratta di azioni non verbali che posseggono una definizione
o una "traduzione" verbale ben chiara; in genere il loro significato simbolico
è perfettamente definito all'interno di una cultura (ad esempio, far le corna come
gesto di scongiuro e molti gesti osceni, che hanno una caratteristica diffusione culturale).
Azioni non verbali di questo tipo vengono spesso utilizzate quando il canale
verbale è bloccato o inibito, ad esempio da tabù sociali o culturali; esse vengono
generalmente usate con lo scopo esplicito e cosciente di comunicare un messaggio
ben definito. Nella medesima categoria possono essere fatti rientrare anche il linguaggio
gestuale utilizzato dai sordomuti o i gesti espressivi utilizzati da due persone
troppo lontane per potersi sentire. Come abbiamo detto, gli atti comunicativi appartenenti
a questa categoria sono quasi sempre coscienti.
b) Comportamenti illustrativi. Si tratta, come abbiamo già visto, di azioni non verbali
che sono direttamente correlate al linguaggio o che lo accompagnano direttamente
e che servono a illustrare ciò che viene comunicato verbalmente. Si può quindi trattare
dei movimenti che accentuano o sottolineano una parola o una frase, che indicano
un oggetto presente o assente, che delineano un rapporto spaziale o anche
emotivo, che raffigurano un'azione dell'organismo. Si tratta in genere di comportamenti
coscienti, anche se spesso in misura minore rispetto ai comportamenti emblematici.
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c) Display (o esibizioni) affettivi. Si tratta semplicemente di configurazioni facciali che
indicano gli stati affettivi; esse possono ripetere, sottolineare, ma anche contraddire
le affermazioni verbali o addirittura non essere affatto correlate con esse. Possono
non essere né coscienti né intenzionali, sebbene in genere lo siano.
d) Comportamenti di regolazione. Siamo in questo caso di fronte ad azioni non verbali
che sostengono e regolano l'alternarsi del discorso tra due o più persone. Esse segnalano
a chi sta parlando di continuare, di ripetere, di chiarire il proprio pensiero,
di essere più rapido, di essere meno pedante, di lasciar parlare un'altra persona,
ecc. Consistono principalmente nei movimenti del capo e degli occhi. Probabilmente
vi sono delle differenze culturali in senso lato, ma anche di classe sociale, nel loro
uso: un uso inappropriato rispetto alle aspettative del recipiente può essere percepito
in modo negativo, sebbene l'interlocutore non intendesse coscientemente
trasmettere alcunché di spiacevole. Proprio per il fatto che si tratta di comportamenti
generalmente non coscienti o ai limiti della coscienza, può essere molto difficile inibirli
volontariamente. Tuttavia, sebbene la loro trasmissione sia per lo più autentica,
si è perfettamente coscienti di segnali analoghi emessi dagli altri. Il movimento
più comune di questa categoria è probabilmente il cenno di assenso col capo.
e) Comportamenti di adattamento. Sono, fra tutti, i più difficili da definire e quelli su cui
la teorizzazione è più rigogliosa. Vengono definiti comportamenti di adattamento
perché si ritiene che essi si sviluppino durante l'infanzia come sforzi adattativi nel
tentativo di soddisfare bisogni, eseguire azioni, controllare emozioni, sviluppare
contatti sociali o eseguire un gran numero di altre funzioni. I comportamenti di questo
tipo non sono realmente codificati: si tratta di frammenti molto variabili di comportamenti
aggressivi, sessuali o intimi che spesso rivelano predilezioni, caratteristiche
e idiosincrasie personali che possono essere completamente mascherate
nelle interazioni verbali; la loro attenta osservazione e la loro interpretazione possono
quindi essere di importanza fondamentale per rivelare la congruenza del messaggio
verbale con la realtà. I movimenti delle gambe sono assai frequentemente
riconducibili a questa categoria; essi possono rivelare residui mascherati di aggressività
(ad esempio calci inibiti), di invito sessuale e di fuga. Molti dei movimenti controllati
e incessanti delle mani e delle gambe, che vengono generalmente considerati
genericamente indici di ansietà, sono in realtà dei residui di adattatori necessari
a sfuggire alla situazione di interazione e possono indicare il reale atteggiamento
nei confronti dell'interlocutore. Gli adattatori possono essere innescati dal comportamento
verbale quando questo, o la situazione nel suo complesso, evochi stimoli
associati alle condizioni presenti al momento dell'apprendimento della risposta di
adattamento. In genere, chi li esegue è del tutto inconsapevole di tali comportamenti
e la loro emissione volontaria è assai improbabile.
Per alcuni Autori, il comportamento cinesico comprende anche il contatto diretto, che
per altri è invece una categoria a se stante. Comunque sia, l'interesse per tali comportamenti
è indubbiamente notevole, sia nell'infanzia, in vista dell'estrema importanza che essi
sembrano avere per lo sviluppo sociale e affettivo, sia nell'età adulta, come importanti indici
del rapporto sociale. Tra i comportamenti di contatto diretto rivestono particolare importanza
il colpire, il carezzare, il salutare e stringersi la mano nelle sue numerose varietà
culturali, il tenere, il guidare i movimenti di un'altra persona, i baci affettivi o anche semplicemente
di saluto diffusi in certe culture.
Caratteristiche fisiche. Si tratta di una categoria che comprende una serie di caratteristiche
che in genere rimangono relativamente immodificate nel periodo dell'interazione e
che hanno in comune il fatto di essere importanti stimoli non verbali non legati ai movimen16
ti. Vi possono essere fatti rientrare l'aspetto generale del corpo, la sua maggiore o minore
attrattività, l'altezza, il peso, la capigliatura, la barba, il colore della pelle, gli odori del corpo
e dell'alito. Questi ultimi segnali sfuggono forse in parte alla regola della stabilità durante
l'interazione a cui abbiamo accennato, dato che gli odori del corpo possono modificarsi ad
esempio in seguito a variazioni dello stato emotivo; inoltre, i segnali olfattivi, la cui importanza
è stata a lungo trascurata nella nostra cultura (sebbene in realtà il tentativo "culturale"
di eliminarli con deodoranti e simili costituisca una dimostrazione della loro importanza)
possono portare dei messaggi piuttosto complessi, ad esempio riguardo al riconoscimento
individuale della madre nei bambini, o al riconoscimento sessuale o della fase del ciclo
sessuale femminile.
Paralinguaggio. In breve, il termine paralinguaggio si riferisce al modo in cui un messaggio
verbale viene emesso e non al suo significato e concerne quindi tutti gli stimoli vocali
nonverbali che fanno corona al comune linguaggio verbale. Il paralinguaggio può essere
diviso nelle seguenti componenti fondamentali:
1) Qualità della voce, come il tono e il suo controllo, il ritmo del discorso, il tempo, il controllo
dell'articolazione, la risonanza, il controllo della glottide e delle labbra, che possono
tutte modificare o arricchire il contenuto del messaggio verbale.
2) Vocalizzazioni, a loro volta divisibili in:
a) caratterizzatori vocali, come il ridere, piangere, sospirare, sbadigliare, ruttare, inghiottire,
aspirare o espirare rumorosamente, tossire, schiarirsi la gola, singhiozzare,
mugolare, tirar su col naso, russare, urlare, ecc.;
b) qualificatori vocali, come l'intensità della voce, l'altezza del tono e il modo strascicato
o secco di emettere le parole;
c) segregati vocali, consistenti nelle interlocuzioni "uh-uh", "ah-ah", "mmmh", ecc. e
loro varianti.
Prossemica. La prossemica viene generalmente considerata come lo studio dell'uso
che l'uomo fa del suo spazio sociale e personale e della percezione che ne ha. Sotto questo
nome si possono anche raccogliere le ricerche che spesso vengono definite ecologia
dei piccoli gruppi, che si occupano del modo in cui le persone utilizzano i rapporti spaziali
e rispondono a essi nelle situazioni di gruppo più o meno formali. Studi di questo tipo possono
analizzare ad esempio l'importanza della disposizione in cui un gruppo si siede, della
disposizione spaziale in rapporto alla leadership, del fluire della comunicazione da un individuo
all'altro, ecc. Un altro punto importante per lo studioso del comportamento prossemico
è costituito dall'influenza delle caratteristiche architettoniche sul modo di vita o sulla
comunità. A un livello ancora più generale è stata anche prestata attenzione ai rapporti
spaziali all'interno della folla e in situazioni di grande densità di popolazione. L'orientamento
spaziale personale dell'individuo viene frequentemente studiato nel contesto della
distanza tra gli interlocutori e del modo in cui essa varia in funzione dello stato coniugale,
del sesso, del ruolo, dello stato sociale, dell'orientamento culturale e di altri fattori di questo
genere. Analogamente a quanto avviene nello studio del comportamento animale, il
termine territorialismo viene frequentemente utilizzato nello studio della prossemica a indicare
la tendenza presente nella nostra specie a delimitare o difendere dei "territori" o spazi
individuali, la cui invasione viene attivamente impedita agli estranei.
Artefatti. In questa categoria piuttosto ampia vengono inclusi tutti quegli oggetti la cui
manipolazione o il cui contatto possono partecipare alla trasmissione di segnali non verbali.
In essa possono quindi rientrare sia oggetti di per sé neutri, come ad esempio una matita
che viene nervosamente battuta sul tavolo, sia oggetti il cui scopo precipuo è quello di
alterare in qualche modo le caratteristiche dell'organismo, come ad esempio profumi, abiti,
rossetti, occhiali, parrucche, ciglia finte, ombretti, ciprie, ecc.
Fattori ambientali. In questa categoria poco definita vengono fatti rientrare tutti quegli
elementi che influenzano la comunicazione umana, pur senza farne parte direttamente.
Tra i fattori ambientali possiamo includere l'arredamento, lo stile architettonico, la decorazione
delle pareti, gli odori, l'illuminazione, i colori, la temperatura, i rumori, la musica, ecc.
presenti nel luogo in cui avviene l'interazione. Tutti questi fattori, pur non avendo ovviamente
alcuna funzione esplicitamente comunicativa, possono in realtà influire in modo assai
sensibile sulle interazioni che si verificano nel loro contesto. Variazioni nel numero, nel
tipo e nella disposizione degli oggetti presenti nell'ambiente in cui si verifica l'interazione
sociale possono avere una grandissima influenza sugli esiti del rapporto interpersonale. In
questa stessa categoria è anche possibile includere quelle che potremmo definire "tracce
delle azioni": il vedere mozziconi di sigaretta, pezzetti di carta stracciati, ecc., contribuisce
ovviamente a dare un'impressione della persona con cui si svolge l'interazione e a determinare
il comportamento nei suoi confronti.
Approfondimenti Bibliografici Il linguaggio del comportamento, Albert E. Scheflen, Ed. Astrolabio L’ultima tentazione: il corpo si risveglia, Carmine Piroli,Grande Enciclopedia medica – Nuovi orientamenti e scoperte 2001. Il corpo e la parola, G. Downing, Ed. Astrolabio F. Dolto, “L’immagine inconscia del corpo”, Bompiani, 1998 J. Painter, “Massaggio in profondità”, Sugarco 1983 NON SOLO PAROLE, |
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Il prossimo incontro prevederà un lavoro esperienziale con i partecipanti ed una fase di riflelssione con feddback finale in gruppo.
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