dr. Francesco Montefinese
- Annuario enciclopedia Medica 2007. Sez. Psichiatria -
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Occorre precisare che le prime tre strategie terapeutiche sono state effettuate in maniera rigorosa e rigidamente predefinita presso centri universitari altamente specializzati, con controlli clinici settimanali o, al massimo, mensili. I bambini, che potevano presentare anche altri disturbi come ansia, depressione, disturbo della condotta, disturbi dell'apprendimento scolastico, sono stati assegnati in modo randomizzato ad una delle quattro condizioni di trattamento. Il trattamento intensivo è stato somministrato per 14 mesi.
I primi risultati sembrano testimoniare che la terapia farmacologica e combinata siano più efficaci nel ridurre i sintomi del disturbo rispetto alla terapia psicologica e a quella dei pediatri di famiglia. I casi di DDAI associati ad ansia o depressione hanno conseguito benefici solo se sottoposti alla terapia combinata. Inoltre le famiglie con un livello socio-economico più elevato hanno tratto maggiori vantaggi dalla terapia multimodale rispetto a quella farmacologica. È importante osservare come il 63% dei bambini, che hanno usufruito del
trattamento dei pediatra di famiglia, siano stati trattati con farmaci, questo spinge a ritenere che gli effetti positivi evidenziati dalla terapia farmacologica non siano da attribuire unicamente al farmaco in sé, ma alle modalità complessive con cui è stato gestito il trattamento. L'efficacia della terapia combinata è comprovata anche dal fatto che i soggetti inseriti in questo gruppo terapeutico assumevano circa il 20% di farmaci in meno. Infine un ulteriore aspetto di grande importanza è rappresentato dalle percezioni dei genitori sul loro grado di efficacia: più i genitori percepivano di poter svolgere un ruolo attivo nel benessere dei propri figli, vivendo in tal modo un minor stress personale, più i loro figli hanno conseguito dei risultati significativi. I risultati di questo studio suggeriscono alcune considerazioni.
In conclusione appare ulteriormente confermato che le cure farmacologiche rivestano un ruolo innegabile nel trattamento così come le altre tecniche e modalità di intervento, ciò che mi sembra utile sottolineare è proprio la combinazione e l’integrazione la dove possibile di terapie di diverso tipo e che riguardino i diversi livelli di vita del bambino o dell’adulto.
dr. Francesco Montefinese
ASPETTI GENERALI
Un nuovo fenomeno sottoposto all’attenzione degli studiosi? una futura patologia? un nuovo disturbo? una disfunzione? o semplicemente un fenomeno passeggero e reattivo alle condizioni sociali, economiche e culturali del nostro tempo?
“Orto-ressia”, l’analisi etimologica della parola evidenzia la sua derivazione dal greco: ortos (retto, corretto, giusto, dritto) e rèo (scorrere, fluire, sia nel senso dei liquidi che della vita come corso). Conserva lo stesso radicale di ressia presente in anoressia. Ne risulta una parola inesistente che sembra coniata solo come “opposizione” ad anoressia nei suoi aspetti fenomenologico-comportamentali; quindi un’attenzione particolare alla propria alimentazione, da distinguere dalla già nota patologia anoressica e bulimica; nella patologia dell’anoressia nervosa (che risale al prefisso greco anà con significato di privazione=senza) si manifesta un comportamento disfunzionale che è proprio quello di privarsi del cibo (non mangiare, sottrarre continuamente calorie necessarie e vitali per l’organismo fino - nei casi più disperati – a procurarsi la morte). E rimanda poi al verbo greco rèo, per cui nell’anoressia si manifesta un fenomeno di blocco anche dei flussi mestruali (amenorrea), legati quest’ultimi alla maturazione psico-sessuale del soggetto interessato.
Bulimia è invece caratterizzata da ripetuti accessi di alimentazione e da una successiva preoccupazione circa il controllo del peso corporeo che induce il bulimico a
mettere in atto comportamenti che originano da un bisogno di alleviare il senso di colpa per le precedenti abbuffate e che limitano gli effetti ingrassanti del cibo ingerito. Esistono poi una serie di altri comportamenti disfunzionali, nel campo dell’alimentazione, come “l’iperalimentazione associata a diversi disturbi psicologici, oppure la perdita psicogena dell’appetito”; comportamenti non trattati ampiamente nei manuali diagnostici professionali, ma in ogni caso fonte di sofferenza per i soggetti interessati. Invece - come visto - dalla indagine etimologica si deduce che nel comportamento cosiddetto ortoressico di un individuo si osserverà una attenzione particolare agli alimenti che immette nel suo organismo, così che il suddetto comportamento potrebbe prospettarsi come un fenomeno regolatore, riequilibrante, compensatorio di una serie di fenomeni (anoressia, bulimia ed altri già noti) che, al contrario, deviano dal comportamento alimentare medio degli individui. Ma a ben vedere si delinea anche in quest’ultimo fenomeno ortoressico ciò che è già evidente per i fenomeni bulimici ed anoressici: vale a dire la messa in atto da parte del soggetto di una dinamica iper-controllante.
In questo caso però si verificherebbe un iper-controllo giustificato da una obbedienza rigida alle regole di una sana alimentazione. Un tentativo di perfezionismo quindi? E in cosa consisterebbe una tale perfezione se non nel rendere immobilizzato, bloccato, cristallizzato, quell’equilibrio dinamico e creativo che caratterizza al contrario il fenomeno vita?
Sorgono a questo punto diversi interrogativi conseguenti, e cioè: quale precisa connotazione si vuole dare al termine ortoressico? quella di un’ eccessiva obbedienza e quindi giustezza delle regole alimentari e nutrizionali? una eccessiva attenzione alla propria alimentazione? e in che modo si manifesterebbe? quale livello di attenzione consente di parlare di comportamento ortoressico in un individuo? quali segni esterni rilevare (fenomenologia, comportamento) come possibili indizi di una situazione di disagio per il soggetto? gli aspetti interni al soggetto (come uno stato di stress, ansia, disagio, inadeguatezza) che egli denuncia rispetto all’area del comportamento oro-alimentare potrebbero essere un utile segno diagnostico? Questi aspetti interni si correlano a loro volta ad altri più squisitamente esterni, come dedizione di tempo durante la giornata e risorse economiche che il soggetto impegna nell’ iper-controllare la propria alimentazione e nutrimento? Qual’è l’equilibrio, tra elementi di questo tipo utili per un riconoscimento
diagnostico dell’ ortoressia? E’ ricordare la suddivisione analitica che Aristotele fa dell’azione umana, distinguendo un comportamento volontario (suddiviso a sua volta in motivato ed abitudinario), un comportamento costrittivo, ed uno casuale. Tali precisazioni ci spingono a tenere sempre presente il concetto di consapevolezza del soggetto (e il suo livello) come frutto di una costruzione dinamica. E allora il cosiddetto comportamento ortoressico rientra in quelli di tipo volontario, motivato o abitudinario? uno stile alimentare ed una educazione alimentare interna ad un gruppo famigliare sempre attenti allo stile alimentare dei propri componenti potrebbe strutturare una abitudinarietà per i soggetti di quel clan famigliare? Perchè ad un certo punto della vita del soggetto diventa motivo di consultazione? Potrebbe al contrario rientrare nella categoria del comportamento costrittivo: una costrizione interna? di che tipo e di quale natura? Anche in questo caso una corretta ricerca fa pensare ad una interazione possibile tra queste diverse categorie di comportamenti. La cosiddetta ortoressia è un fenomeno con una connotazione problematica, di disagio e/o disfunzione nell’area del comportamento umano oppure semplicemente l’espressione di un significato e un senso più generali (specchio di condizioni sociali, culturali, economiche e antropologiche di questo tempo), un fenomeno quindi che si pone all’attenzione semplicemente perchè opposto e/o diverso dalle più conosciute patologie come le sopracitate anoressia e bulimia nervose? E’ noto per esempio che ogni epoca storica e quindi ogni tipo di società e di cultura, abbiano fatto sì che si sviluppassero al loro interno delle malattie o sofferenze sia mediche che psicologiche tipiche di quella società e di quella cultura. Per esempio nell’ottocento e anche nella prima metà del novecento un tipo di sofferenza psicologica era l’isteria. In questo secolo è un problema non più riscontrabile come all’epoca. Questa seconda metà del nostro secolo invece, sembra caratterizzata dall’emergere di tutta una serie di disturbi d’ansia. E’ possibile individuare all’interno di queste categorie (sociali, culturali economiche ed antropologiche) cause e concause del fenomeno oggetto di osservazione. Molto probabilmente si è voluto connotare questo nuovo termine con caratteristiche e aspetti problematici e disfunzionali, non fosse altro che per la creazione della parola ortoressico sul calco (come per i canoni estetici greci) della già nota “anoressia nervosa”, attribuendole appunto un significato di iper-controllo nella immissione di alimenti e della propria nutrizione. In altri casi si parlerebbe probabilmente di “educazione alla salute” e più precisamente di “educazione alimentare”.
Un tentativo di analisi.
Le condizioni necessarie al verificarsi del fenomeno ortoressia possono considerarsi intermini di genesi esterna ed interna, e di complessa interazione fra le due condizioni sopra citate. Se il senso di minaccia è la indispensabile dinamica interiore le altre due
condizioni si sviluppano nell’ambiente esterno: -un relativo benessere economico (sia nella dimensione macroeconomica che in quella di habitat particolare) e un universo informativo (dall’ambito famigliare al villaggio globale) estremamente ricco di dati. Anche il tempo a disposizione si può definire una ricchezza esso stesso – oltre che una conseguenza in termini di tempo liberato grazie alle disponibilità economiche -: basti pensare agli elettrodomestici e alle collaboratrici famigliari per comprendere come ciò permetta maggiormente di dedicarsi di più a se stessi. Ma tutto ciò che appartiene all’ambiente esterno socio-economico ha una dimensione temporale in senso diacronico. Non tutto sempre è stato così! Per l’ortoressia in particolare il riferimento storico diacronico è insurrogabile: solo in tempi relativamente recenti possiamo infatti parlare di semeiotica del fenomeno.
Se non ci fosse un relativo benessere che permette all’individuo di poter scegliere qualità e quantità dell’alimentazione (sia nel prodotto che nel processo) risulta evidente che non si potrebbe parlare di alcunchè di significativo.
Nel Medioevo una famiglia di contadini assai raramente poteva permettersi di distinguere il commestibile dal gusto per la continua impossibilità di nutrirsi a sufficienza. L’inverno era la stagione della fame e delle malattie e solo l’arrivo della primavera offriva una qualche speranza di salvezza con lo spuntare di bacche e piante raccogliticce. Ma la condizione dei contadini (vale a dire della quasi totalità della popolazione di un Paese come l’Italia che è stato agricolo fino all’ultima guerra) è rimasta pressocchè immutata dall’Ottocento al terzo decennio del Novecento.
Solo dopo la seconda guerra Mondiale con la larga meccanizzazione dell’agricoltura e lo sviluppo dell’industria alimentare è stata data in Europa la vera possibilità di sfamarsi abbondantemente.
A ben vedere anche le classi dominanti –comunque una minoranza- (feudatari nel Medioevo e borghesia ottocentesca) non avevano in realtà una consapevole possibilità di scelta vincolati come erano al costume alimentare tradizionale.
Recentemente invece le due condizioni (benessere ed informazione) subiscono un’accelerazione impressionante: il flusso informativo si fa totalizzante con l’ esplosione dei mass-media che hanno reso il mondo un villaggio globale.
Pubblicità, divulgazione scientifica, cronaca giornalistica, riversano continuamente dati ed informazioni alimentari individuando –e talvolta proponendo- modelli comportamentali (riferiti a immagini ideali) e concezioni ideologiche.
Nell’età antiche la connotazione alimentare era solo una marca di status sociale (è
proprio del signore mangiare selvaggina e bere vino), oggi si riferisce ad ogni scuola di pensiero (salutista, progressista, carrierista, classista, edonista ecc.). Così pure l’industria alimentare il marketing e la distribuzione permettono a larghi strati della popolazione di scegliere qualità e quantità del prodotto (alimenti) e del processo (approvvigionarsi, cucinare, consumare) nutrizionale.
A larghi strati ma non a tutti: ci sarà comunque una differenziazione in termini economici, culturali e di disponibilità temporale (si pensi solo all’accesa disputa “fast/slow food”).
Le risorse, appunto.
DIMENSIONE INTERIORE
Consideriamo ora alcune possibili condizioni interne. Relativamente alle condizioni interne, che possono creare e strutturare nel tempo un comportamento disfunzionale cosiddetto ortoressico non possiamo postulare con precisione alcunchè (ammesso che questo sia possibile con altri fenomeni comportamentali e psichici).
L’atteggiamento mentale del ricercatore dovrebbe essere caratterizzato da un continuo dubbio come consigliava Descartes e dalla continua ricerca di disconferme alle ipotesi appena formulate. Le condizioni interne qui presentate sono prese in considerazione come stimolo futuro ad una serie di filoni di ricerca nuovi per la descrizione e la comprensione del comportamento cosiddetto ortoressico. E’ bene sottolineare che alcune di queste condizioni sono abbastanza note agli studiosi del settore poichè interessano probabilmente altre disfunzioni del comportamento oro-alimentare come quelle sopracitate.
Avendo connotato il termine ortoressico di una dimensione “patologizzata” o quanto meno “problematica”, riguardo ad un iper-controllo probabile della quantità e qualità degli alimenti e del nutrimento immesso nell’organismo una domanda è lecita (viste tutta una serie di conoscenze oramai in qualche modo acquisite): che cosa l’individuo iper-controlla oltre la quantità e la qualità del suo nutrimento? Qual’è la natura dell’ alimento
o cibo nutritivo coinvolto in questa azione iper-controllante? Il cibo (e questo è ormai noto) ha sì una valenza nutritiva, ma non solo per il corpo anche per la mente. Alcuni ricercatori (Bowlby; Harlow; Hofer;) hanno da tempo evidenziato in campo sia etologico che psicologico, già nella prima relazione di cura adulto-bambino, la necessità di un contesto e di uno scambio affettivo positivo parallelamente all’atto nutrizionale del cibo. Noti sono per esempio a questo proposito, gli studi di Harlow con alcune specie di scimmie. Esiste quindi la possibilità che il cibo e la nutrizione veicolino significati e valenze affettive, emotive e relazionali; oltre a queste – come ci dicono gli studi antropologici - anche valenze di tipo sociale, etnico, edonistico e religioso. Queste dimensioni possono essere oggetto di controllo, e quindi gestite più o meno consapevolmente da ogni individuo o gruppo sociale all’interno del proprio habitat di vita. E’ possibile quindi controllare la quantità di cibo/emozione di cui ci si nutre o ci si vuole nutrire? Oppure, nutrendosi appunto di cibo/emozioni buone, iper-controllare e immettere nel proprio organismo valenze e significati spiritualmente elevati come pure valori edonistici socialmente accettabili per sentirsi più o meno vicini ai vari gruppi etnici?
Di quali sensazioni, emozioni, cognizioni, convinzioni, immagini e aspettative ci nutriamo nell’atto di portare alla nostra bocca del cibo/nutrimento? scomponendolo per metabolizzarlo e farlo divenire parte di noi stessi “agiamo” così ciò che gli è stato in qualche modo attribuito? Mangio dunque sono. Questo vuol dire che se mangiamo cibi che riteniamo sani ci sentiamo in qualche modo sani noi stessi. Se al contrario mangiamo cibi per esempio geneticamente modificati e che, riteniamo poco sani o naturali, potremmo metterci nelle condizioni di sentirci poco sani, dando così adito a varie paure.
Si insinua quindi l’idea di poter divenire la stessa sostanza introdotta nell’organismo, il suo valore emotivo, affettivo, sociale, spirituale, la sua valenza simbolica? C’è forse in questo anche un primitivo modo di pensare - cosiddetto magico - che ha a che fare, secondo la psicanalisi, con l’imitazione del mondo esterno mediante l’incorporazione orale? C’è in questo forse quel processo già descritto da S. Freud e dalla psicanalisi successiva noto come l’ introiezione orale?
Sappiamo per esempio quanto la psicanalisi abbia sottolineato l’importanza dell’organizzazione orale dell’energia libidica . L’organizzazione orale della libido è quindi una delle prime fasi fondamentali, per lo sviluppo dell’individuo, dell’io e del senso di realtà. E’ un momento importante per la possibilità di strutturare una relazione con la realtà esterna e di conoscerla, relazione veicolata appunto da bisogni pulsionali come il
cibo e il nutrimento articolati almeno in due funzioni: della suzione prima e della scomposizione-masticazione poi. Già questi distinti momenti maturativi apportano all’organismo del bambino diversi evidenti benefici: la possibilità per esempio di scomporre il cibo, ridurlo in parti sempre più piccole e distruggerlo permette un migliore assorbimento dello stesso, ma, al tempo stesso, comporta, ad esempio, un cambiamento nella percezione della realtà e nella sua stessa comprensione. In tal senso l’analisi di questa fase di organizzazione della libido potrebbe continuare ulteriormente.
I momenti maturativi di questa fase potrebbero contribuire a creare, o divenire punti di innesto di problematiche psichico-comportamentali nella direzione di un comportamento cosiddetto ortoressico del soggetto?
L’analisi a questo punto si amplia e chiama in campo di conseguenza un altro concetto (per non dire fenomeno) fondamentale che è quello dell’identificazione. La psicanalisi individua diversi momenti maturativi ed evoluti di questo fenomeno che si sviluppa a sua volta in diversi passaggi fondamentali per la strutturazione e la evoluzione dell’apparato psichico e della coscienza. Ma per la nostra indagine sulle possibili condizioni interne al soggetto ortoressico possiamo limitarci a parlare di identificazione come il processo per cui l’individuo si appropria di caratteristiche, elementi e qualità di un oggetto esterno (nel caso del bambino le importanti figure che di lui si prendono cura). La ricerca psicanalitica, nei processi di costruzione dell’apparato psichico e delle sue diverse istanze (tra cui l’Io) evidenzia una stretta relazione se non una coincidenza almeno iniziale tra identificazione-imitazione e introiezione orale.
Anche le successive identificazioni secondarie, dal punto di vista dell’approccio psicoanalitico, ripetono una identificazione primaria di carattere arcaico. L’identificazione primaria è caratterizzata da una non rappresentazione dell’oggetto esterno all’interno dell’apparato psichico, per cui il comportamento istintivo ed il comportamento dell’io non si differenziano l’uno dall’altro. Un esempio di questo fenomeno è ciò che S. Bernfeld (1928) descrive; un tentativo primitivo di padroneggiare gli stimoli troppo intensi per l’apparato psicofisico nei primi anni divita è quello dell’imitazione che l’io primitivo fa di quanto percepisce. Questi dati sono confermati da K.Goldstein (1942) su pazienti affetti da lesioni cerebrali.
Questa primitiva imitazione del percepito diviene una specie di identificazione.
Un altro esempio (una specie di identificazione) è dato dal desiderio del bambino di mettere in bocca oggetti del mondo esterno. La prima realtà è ciò che si può inghiottire; all’inizio riconoscere la realtà significa giudicare se qualcosa può essere inghiottito o sputato.
Le reazioni quindi di imitare quanto si è percepito e l’introiezione per via orale sono molto vicine e costituiscono comunque tentativi in qualche modo di identificazione con qualcosa d’altro. Le identificazioni così come sono state studiate all’interno del modello psicoanalitico, hanno una parte molto importante nel processo di costruzione dell’io ulteriore, la cui natura, dunque, dipende dalle personalità di coloro che circondano all’inizio il bambino. Il mondo esterno ha quindi una funzione importante, si rileva come elemento fondamentale, vale a dire strutturante nel funzionamento della personalità del futuro individuo. L’imitazione e ancor di più l’introiezione per via orale sono tentativi di far fluire parti del mondo esterno nell’io identificandosi successivamente con esse. Sappiamo poi dell’importanza che riveste il processo di identificazione in altri momenti dell’evoluzione psichica degli individui: per esempio durante il lungo arco dell’adolescenza. In questo periodo si verificano movimenti psico-dinamici interni orientati a strutturare in modo sempre più “definitivo” (secondo alcuni filoni di ricerca psicologica) i modelli comportamentali e il funzionamento della personalità nella sua interezza e insieme la relazione con il mondo esterno.
Allora, una condizione interna caratterizzata da una instabilità nei processi di identificazione e di individuazione e una problematica relativa all’area dei disturbi dell’identità possono manifestarsi, fenomenologicamente parlando, con un comportamento cosiddetto ortoressico. Così pure, una fissazione, e quindi regressione, a fasi e stadi evolutivi precedenti (ad esempio orale) e una relazione con l’oggetto esterno intesa come gestione della realtà esterna dagli studi psicanalitici possono avere esiti analoghi. Quindi, i processi prima citati (che la clinica psicanalitica ha rilevato ed elaborato all’interno delle varie fasi evolutive) possono divenire dei punti di innesto di patologie, o disfunzioni future nell’organizzazione della personalità, e interessare una fenomenologia nell’area del comportamento alimentare e del rapporto con il cibo? Quando si parla di fissazione e regressione è possibile riscontrare processi psico-dinamici, e
modelli di funzionamento intrapsichico, relativi a periodi così arcaici per cui l’individuo con una disfunzione cosiddetta ortoressica ritorna appunto ad un modello di gestione della realtà attraverso il cibo e le sue valenze nutritive?
Sappiamo ancora come, nella fase della vita definita adolescenza, il cibo e il rapporto con il nutrimento assuma per esempio valenze di tipo manipolativo. Cosa potrebbe voler manipolare? Aspetti interni come i cambiamenti fisici ogni volta, come i bisogni, nuovi, diversi e intensi? Oppure più esplicitamente aspetti esterni della realtà, come per esempio i rapporti con i genitori o comunque con il clan famigliare? La letteratura è copiosa ad esempio per ciò che riguarda i bisogni dell’adolescente di modificare, controllare, cambiare; di essere riconosciuto e accettato; di essere simile o uguale ad un modello ideale altro da sè: bisogni di idealismo e di concretezza.
Il cibo ed il nutrimento come momento di scambio inter-relazionale tra una realtà interna ed una esterna all’individuo è confermato anche da un altro filone di ricerche, sempre in ambito psicanalitico, e da una ricercatrice come la M. Klein (1948; 1952; 1969). Secondo questa autrice, si individua una prima fase orale (che essa definisce schizo-paranoide) in cui il bambino impara a distinguere tra oggetto buono e oggetto cattivo (potremmo dire cibo buono e cibo cattivo?). In questo processo comunque si va oltre la stretta problematica della commestibilità: si tratta in realtà di operazioni che si svolgono su un piano semantico più generale e che coinvolgono quindi il sistema simbolico del soggetto.
In questa prima scissione dell’oggetto in buono e cattivo la psicanalisi intravede la necessità di fronteggiare e controllare lo stato di angoscia.
Una modalità di questo tipo potrebbe interessare il comportamento cosiddetto ortoressico? Si tratterebbe di una modalità arcaica di gestione e fronteggiamento di uno stato di angoscia, o di uno stato di ansia all’interno di una problematica per esempio esistenziale, o di un quadro più apertamente clinico. E’ possibile riscontrare tale modalità in un soggetto adulto ( per questo con aspetti regressivi) interessato da un comportamento alimentare disfunzionale come dovrebbe essere quello ortoressico?
PROSPETTIVA ETOLOGICA
Un’altra via per la ricerca , che sembra interessante, è l’arricchimento (se non la disconferma) delle ipotesi psicanalitiche con l’avvento degli studi e le ricerche etologiche; sopratutto in alcuni ambiti del comportamento umano. Questa possibilità evidenzia apertamente una più forte correlazione tra il singolo soggetto ed il proprio ambiente, a cominciare dall’ambiente materno o del care-giver. In questo modo viene sottolineata la dimensione relazione anzi di inter-relazione nel processo maturativo ed evolutivo dell’individuo; e quindi in modo particolare anche del comportamento oro-alimentare. Questi studi definiscono il complesso dei comportamenti relazionali all’interno di una categoria più ampia dell’attaccamento.
Con il primo approccio psicoanalitico si metteva in evidenza tutta una serie di trasferimenti semantici, legati a fasi come quella dell’incorporazione, dell’aggressività orale, ecc. appunto con questo nuovo concetto di attaccamento. Si sottolinea invece una interazione complessa con delle componenti, come detto, relazionali. Si può quindi parlare a questo punto di uno sviluppo di sistemi di relazione con l’ambiente. Oltretutto l’ambiente, in questo nuova visione, viene ad assumere un valore anche causale e strutturante di comportamenti disfunzionali in genere e nello specifico, quindi, anche di tipo alimentare.
Possiamo dire che si fa luce sul rapporto pulsione-organizzazione della vita relazionale che non è solo contemporaneo ai diversi momenti fasici individuati dalla dottrina psicoanalitica, ma occupano tutto lo spazio intermedio fra di essi. Quello che la teoria dell’attaccamento sottolinea sembra banale ma non lo è: l’io può anche non essere in grado di gestire le sue componenti pulsionali, anche perchè non impara a crescere nella vita relazionale.
Interessanti in proposito sembrano gli studi clinici nell’ambito dell’approccio gestaltico, che non fanno altro che confermare che il processo di scomposizione, elaborazione ed assimilazione del nutrimento non sia altro che l’espressione parallela di un funzionamento psico-fisico e spirituale dell’organismo immerso nel suo ambiente di
vita. Viene da chiedersi quindi a questo punto se non sia il caso di spostare l’indagine anche su un versante più strettamente psicologico, per verificare come un determinato soggetto interessato da un comportamento ortoressico si relaziona ad alcuni aspetti della realtà; per esempio, cosa e quanto controlla del suo mondo emotivo? Cosa e quanto controlla della sua personalità e delle sue relazioni affettive con gli altri? Fare attenzione o meglio iper-controllare quantità e qualità del proprio nutrimento biologico significa ipercontrollare se stesso? In cosa e come? In quali aspetti, siano essi reali e/o concreti, questa dinamica acquista un senso nella sua esistenza? Ogni persona inoltre, all’interno delle condizioni del proprio contesto culturale e ambientale, sviluppa dei comportamenti problematici, dei sintomi, che rappresentano comunque uno sforzo ed una volontà di adattarsi a quelle condizioni. Possiamo dire che crea in qualche modo, un comportamento che rappresenta la cosa migliore che poteva fare, premesse alcune condizioni. E’ anche per questo che l’ortoressia non va necessariamente compresa solo come “disfunzione” o “patologia”, ma anche come lo sforzo creativo della persona di adattarsi a delle condizioni ambientali schiaccianti e non immediatamente modificabili. Anche filoni di ricerca in ambito psico-fisiologico confermano queste ipotesi, per cui la capacità di assunzione, di masticazione, di scomposizione del cibo, siano il
versante più strettamente biologico di una più ampia operazione psico-fisica. L’indagine sugli aspetti semiologici e semantici di questi processi biologici può far luce sulle altre dimensioni interne come quella psichica e spirituale dell’individuo?
C’è anche da chiedersi inoltre, per le accurate indagini in ambito neuro-fisiologico a cui si è arrivati oggi, quali tipi di strutture e soprattutto quale relazione dinamica si instaura tra i diversi centri nervosi coinvolti nella elicitazione e gestione del comportamento oro-alimentare in un individuo ortoressico? Quali aree nervose e neuro-vegetative e quale il biochimismo di una situazione ortoressica? Quale fisiognomica interessa l’individuo ortoressico?........................................................
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CONSIDERAZIONI FINALI---
E’ certamente una necessità degli esseri viventi distinguere e catalogare per conoscere; come pure quella di dare un nome ed una forma agli oggetti e ai fenomeni che ci circondano ed interessano.
La medicina, la psichiatria e la psicologia (e comunque ogni ramo della conoscenza) utilizzano un approccio di classificazione degli eventi fisici, psichici e comportamentali di tipo tassonomico, dedotto dalla biologia. Ma questa modalità può avere un valore estremamente relativo (visti i presupposti sui quali si fonda) o, in alcuni casi, fuorviante per la conoscenza stessa, facendo incorrere in gravi errori. Sembra
molto utile non adottare in modo esclusivo questa modalità ma poterla affiancare ad altri processi di conoscenza e comprensione.
La diagnosi di una possibile disfunzione ortoressica diventa complessa, ma non più di altre problematiche, disfunzioni e patologie psichiatriche e psicologiche.
Una diagnosi ed una valutazione psicologica di questo comportamento richiederebbe sicuramente una considerazione dei diversi piani di realtà e di tutte le loro sfaccettature; si è detto delle circostanze interne, esterne, e della dimensione di minaccia. Si è potuto
osservare come tali verifiche si articolano ulteriormente al loro interno, correlandosi in modo sempre più complesso e questo non solo per la serie di relazioni circolari tra i diversi piani ed aspetti, ma per la complessità della natura stessa del fenomeno, che
si potrebbe dire in parte inconoscibile.
Dilthey W.(1883) ha in qualche modo separato le scienze dello spirito (idiografiche) dalle scienze della natura (nomotetiche).
Le prime provano a penetrare la logica interna dell’agire umano, le seconde al contrario individuano caratteristiche generali e costruiscono tassonomie. Da un punto di vista clinico è molto importante utilizzare un pensiero (nomotetico) che stabilisce costanti
e relazioni; mentre sul versante riabilitativo e terapeutico medico, ma soprattutto psicologico, è più congeniale l’atteggiamento (idiografico) in grado di comprendere la specificità dell’individuo e del suo malessere.
Quanto queste due fasi (clinica e terapeutica) si condizionino a vicenda è un altro livello di discussione e piano di ricerca. Altri ancora distinguono un pensiero “divergente” da un pensiero “convergente”, che connotano i vari momenti diagnostico e terapeutico.
Alcuni altri studiosi postulano - ma questo per la diagnosi psichiatrica e psicologica - la tecnica di auto-caratterizzazione e quindi l’importanza dell’auto-diagnosi da parte del cliente (G.A. Kelly, 1955)
Comunque sia, queste posizioni possono risultare differenti, ed essere di stimolo per la creazione di modalità di conoscenza nuove, più vicine alla realtà di benessere o malessere di ogni individuo.
Per ultimo va ribadita l’importanza della ricerca di un equilibrio dinamico tra i vari fattori esterni ed interiori, - con tutte le loro articolazioni – e considerare il valore specifico, individuale che gli stessi fattori assumono in quanto cause e concause nel provocare uno squilibrio psico-fisico al soggetto interessato da una disfunzione ortoressica. Anche per il problema ortoressia il processo di costruzione diagnostica deve dunque compiere una completa rielaborazione di tutti i sottostanti processi che permettono la conoscenza del fenomeno. E’ per esempio il caso di ricordare, che ogni
società e cultura fabbrica al suo interno problematiche e sintomi tipici che la distinguono da altre società ed altre culture. All’esempio sopra citato – cioè facendo riferimento alle diverse epoche storiche – dobbiamo tenere presente che una problematica di questo tipo come l’ortoressia, è sicuramente difficile riscontrarla in continenti come
l’Africa o nel continente Asiatico, quindi in quelle aree più depresse economicamente, e dove le condizioni del luogo si allontanano molto da quelle tipiche consumistiche occidentali che conosciamo. Possiamo dedurre quindi –da ciò che è stato ampiamente trattato anche rispetto ad epoche storiche come il medioevo – che ogni società e cultura fabbrica delle problematiche e dei sintomi che comunicano, le caratteristiche del tipo di sociale e culturale all’interno della quale si sono generati. E’ possibile quindi fare uno studio anche a ritroso, cioè partire dalle caratteristiche e dallo studio dei fenomeni problematici e dei sintomi per poter arrivare a delineare il tipo di struttura sociale ambientale e culturale in cui questi si situano.
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VOGLIO UN CAVALLO PER AMICO
dr. Francesco Montefinese
- Annuario enciclopedia medica 2004 sezione psicologia -
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Nelle medicine dei popoli primitivi, gli animali hanno sempre avuto un ruolo terapeutico che sembrava essere scomparso nella nostra era della cosiddetta medicina scientifica. Ma oggi, grazie alla riscoperta della natura, per la prima volta si sta ri-valutando il ruolo degli animali familiari, nella cura e nella prevenzione delle malattie umane, con un intervento che si basa soprattutto sull’affetto e sul rapporto inter-personale tra l’uomo e l’animale. A questo nuovo approccio, oggetto di numerose ricerche, è stato dato il nome di pet-therapy, (in italiano Uso terapeutico degli animali da compagnia, - UTAC).
Il gran numero di animali citati nella mitologia e i numerosi dipinti di domesticazione degli animali, di bisonti saltellanti e cavalli al galoppo scoperti nelle caverne di Altamura, - per citare soltanto uno di tali siti - provano l’evidenza che l’interazione tra l’uomo e l’animale in realtà è sempre esistita, già a partire dall’era Paleolitica.
Da tutte le tracce ritrovate e dalla lettura data ad esse si può dire che l’uomo preistorico cacciava i primitivi cavalli selvaggi per la carne e la pelle - quest’ultima per vestirsi e proteggersi -. Si considerino intanto alcuni dati relativi all’evoluzione del cavallo dalla sua comparsa, per iniziare a conoscerlo un pò meglio. L’evoluzione del cavallo è stata studiata in dettaglio e, a differenza di molti altri animali, è stata ricostruita la sequenza quasi completa di fossili che lo documentano. I primi mammiferi che possono essere considerati antenati del cavallo sono i Condylarthra. Queste creature apparvero 75 milioni di anni fa e sono i progenitori di tutte le creature munite di zoccoli. Avevano la dimensione di una volpe (36 cm alla spalla). Sul nostro pianeta si sono da sempre succeduti cambiamenti climatici di vasta portata, e con essi cambiamenti nel suolo, nella vegetazione, nella possibilità di ripararsi da intemperie ed aggressioni; da questi derivò allora una serie di cambiamenti di abitudini di molte creature necessarie alla sopravvivenza, tra le quali i mammiferi prima citati. Questi grandi cambiamenti hanno necessariamente indotto in milioni di anni modificazioni nella struttura e nel funzionamento di questo primo mammifero sia a livello intellettivo-sensoriale che fisico, fino alla comparsa nel periodo preistorico del Miocene del primo antenato del cavallo il Pliohippus.
E mentre il genere Homo evolveva fino alla specie Homo Sapiens il Pliohippus del Miocene (da 7 a 2 milioni di anni or sono) diveniva poi l’Equus dando vita a sua volta a forme differenti. Sembra possibile che queste variazioni (strutturali e funzionali oltre che di abitudini di questo animale) siano state tutte provocate per lo più da variazioni ambientali, a seconda se si adattavano a vivere in un ambiente caldo e umido della palude, o nel clima caldo e torrido di steppe e semideserti, o nell’aspro e rigido ambiente montano. Sulle pareti delle grotte preistoriche si trovano cavalli raffigurati mentre corrono e saltano liberi e selvaggi, così come erano a quel tempo.
Sembra inoltre che i primi contatti fra uomini e cavalli siano avvenuti nell’Asia centrale, anche se il momento in cui il cavallo fu addomesticato non è precisabile. Si pensa che a catturare delle puledre siano state per prime le tribù nomadi delle steppe, che le utilizzarono dapprima per i lavori e poi anche per altri bisogni come il cibo e svilupparono così delle prime forme di allevamento di questo animale. Di tutto ciò abbiamo poche e mal sicure tracce. Le prime tracce invece di cavalli montati dall’uomo vengono dalla Cina e risalgono più o meno al 4000 a.C., allorché si venne a sapere di guerrieri a cavallo che attraversavano la frontiera del Nord. Usavano il cavallo come fonte di cibo e per la guerra. Con il passaggio dalla caccia all’agricoltura come principale attività produttiva dell’uomo, il cavallo ha assunto un’importanza ancora maggiore come aiuto al lavoro umano. Nelle varie epoche storiche l’utilizzo di questo animale è ogni volta diverso e varia a seconda delle esigenze degli uomini e delle culture così come varia il rapporto intrattenuto con esso. Per esempio nel Medioevo cavallo e cavaliere diventano un’unica “macchina da guerra” con corazze e lance. Nel mondo delle corti è simbolo di potere, nobiltà e ricchezza, che si esprime anche in raffinati finimenti e complesse bardature. E’ mezzo di cambiamenti radicali dal punto di vista della produzione agricola per l’impiego che se ne fa nei campi. Poi, con l’Ottocento e soprattutto il Novecento, con lo sviluppo dell’industrializzazione e dei nuovi mezzi di locomozione che ne eliminavano la necessità in ogni campo del lavoro dell’uomo, il cavallo conquista nuovi spazi e torna ad essere guardato soprattutto dagli artisti, come una forma su cui lavorare, un soggetto da re-inventare, un animale simbolico carico di espressività. Volgendo lo sguardo ai tempi attuali il cavallo è sicuramente stato scoperto come momento di svago e divertimento, utilizzato per lo sport e l’agonismo. E’ possibile intuire in questi brevissime e fuggenti linee storiche che le varie necessità stimolate da fattori sociali e culturali, hanno da sempre determinato e determinano l’utilizzo ogni volta diverso di questo animale e la comunicazione ogni volta nuova con esso. Anche nella medicina, sin da tempi antichi al cavallo è stato riconosciuto un suo posto ed una sua funzione per la salute dell’uomo e nella cura di alcuni dei suoi mali.
L’utilizzo del cavallo ai fini sia terapeutici che pedagogici, risale a molti secoli or sono. Sono diversi i medici e gli studiosi che si cimentano in questa direzione. Alcuni esempi. Già i maestri Ittiti (popolo orientale che si situava tra la Mesopotamia e la attuale Turchia, intorno al 3000 a.C.) scrivevano dell’uso generale della disciplina equestre nella educazione dei giovani. E Ippocrate di Coo, nel 458-370 a.C. consigliava – nel Libro delle diete – il moto a cavallo per la risoluzione dei problemi di insonnia. Nel 1734 Carlo L. Castel un abate, inventa la sedia vibrante nel tentativo di riprodurre il movimento e le stimolazione ricevute dal dorso del cavallo, usata anche dal filosofo Voltaire. Nel 1782 un certo Zander afferma che le vibrazioni di 180 oscillazioni al minuto, così come può accadere sul dorso del cavallo, stimolano in modo particolare alcune parti del nostro sistema nervoso centrale. Anche in Italia nel 1772 G. Benvenuti scrive sugli effetti benefici del moto a cavallo. Più vicina ai nostri tempi una amazzone Danese Litz Hartl vince le olimpiadi di Dressage (disciplina sportiva equestre) nel 1952 e nel 1956, affetta da paraplegia. Sono comunque i Paesi Scandinavi ed Anglosassoni che iniziarono una utilizzazione del cavallo e della equitazione per fini riabilitativi. Nel 1965 in Francia nasce la Riabilitazione Equestre grazie a due studiosi francesi ed a una loro prima pubblicazione divenuta oggi un manuale fondamentale per lo studio di questa tecnica riabilitativa. In Italia nel 1976 il dott. Luciano Cucchi dell’Ospedale Niguarda di Milano e la dottoressa Danièle Nicolas Cittterio iniziano una attività equestre finalizzata alla rieducazione. Poi viene fondata l’A.N.I.R.E. (Associazione nazionale italiana Riabilitazione Equestre)e molto è avvenuto sia nella direzione di un riconoscimento scientifico e tecnico che della formazione di operatori della Riabilitazione Equestre. Sin dall’epoca delle primitive incisioni il cavallo è tra gli animali più raffigurati nei disegni, nei dipinti e nelle sculture a partire dalle immagini della mitologia. Sappiamo come le arti figurative e la struttura narrativa del mito danno significato alla nostra esistenza quotidiana più di quanto noi non crediamo Anche il nostro rapporto con gli animali, a partire da quelli di compagnia (come il cavallo) è intriso sempre di sensazioni estetiche, piacevoli, di richiami a elementi mitizzanti e mitizzati. E ancora una volta si può dire che i significati universali che l’uomo ha attribuito al cavallo nelle diverse forme artistiche e nella mitologia appunto, è possibile ritrovarli nelle relazioni quotidiane che intratteniamo ogni giorno con essi. E questo accade anche nell’uso terapeutico, o piuttosto educativo del cavallo.
Si arriva così alla “Terapia con il mezzo del cavallo” (TMC)
Essa si può considerare come un complesso di tecniche ri-educative agenti per il superamento del danno sensoriale, cognitivo e comportamentale attraverso un'attività ludico-sportiva che ha come mezzo il cavallo. Questo complesso di tecniche utilizza necessariamente il rapporto che si stabilisce tra la persona ed il cavallo. La TMC oramai non necessita più di dissertazioni e dimostrazioni: in questo settore alternativo della riabilitazione in psichiatria nei vari convegni anche internazionali sono stati messi in evidenza una conoscenza, un corpus teorico e applicativo ed un movimento di ricerca indiscutibili.
Si è ormai raggiunto uno stadio nello sviluppo della riabilitazione equestre che sta superando ogni aspettativa.
La TMC si è qualificata a tutt’oggi come mezzo terapeutico-riabilitativo, per il quale è in discussione il riconoscimento da parte del Sistema Sanitario Nazionale (riconoscimento che è stato già accettato in alcune regioni). Inoltre sempre un maggior numero di professionisti ed istituzioni, anche universitarie, è dedito al settore e vengono organizzati corsi allo scopo di far nascere nuove e specifiche figure professionali. La TMC è una
adatta per ogni età e per le più svariate situazione problematiche che interessano la persona. E’ comunque necessario valutare ogni problema ed ogni situazione personale come a se stante, poiché anche questo tipo di terapia ha delle contro-indicazioni.
Una prima variabile molto importante e alquanto complessa è l’ambiente di attuazione della TMC. La TMC avviene in un circolo ippico, in cui sono presenti altri cavalli, spesso altri animali da campagna (cani compresi che qualche volta fanno da mascotte), ed uno sfondo che è campestre, assolutamente naturale e molto ampio. Un contesto questo che racchiude al suo interno un’area più circoscritta e perimetrata (cosiddetto maneggio o rettangolo da lavoro) che rappresenta in parte il setting in cui viene attuato prevalentemente l’intervento con il cavallo. Questa è una situazione che supera il noto ambiente riabilitativo chiuso e piuttosto invariabile che tutti noi conosciamo in qualche modo, e mette il soggetto in una situazione sicuramente più ampia, quindi più stimolante tutti gli apparti sensoriali: la vista, l’olfatto, il tatto, la motricità. In questo contesto il soggetto (più o meno disabile che sia), è più stimolato a divenire protagonista dell’azione terapeutica o anche educativa mediante la presenza attiva di tramiti come appunto il cavallo e l’operatore, oltre che l’ambiente in cui è inserito, dai quali afferisce slanci emozionali, opportunamente integrati con la sua problematica.
Questo nuovo rapporto tra la terapia e l’ambiente offre la possibilità alla persona e agli addetti ai lavori di superare quel dualismo “mente/corpo” e “sano/malato”. L’intervento non può essere segmentato per esempio su un aspetto piuttosto che un altro della persona, ma prende in considerazione la persona in situazione di handicap nel suo complesso e in interazione con l’ambiente di intervento. Questo vuol dire in un ottica complessa, globale, ecologica. La persona può così uscire dal suo “box” per sperimentare attivamente e creativamente in contesti reali, “naturali” dove più che “riabilitarsi” apprende delle abilità. Anche semplicemente dare la possibilità al soggetto di esplorare questo ambiente a cavallo con altri è molto importante, per esempio permettendogli di lavorare con altri, o ancora di andare a fare delle passeggiate a cavallo con altri dopo l’ intervento terapeutico, per condividere il piacere di questa attività e di questo rapporto con l’animale. In questo modo l’intervento è anche demedicalizzato e favorisce maggiormente l’acquisizione di abilità. In questi termini la TMC è un intervento globale che agisce quindi sia a livello motorio sia psicologico che socio-relazionale grazie ad un contesto arricchito in cui il cavallo normalmente vive. In questo modo si dà semplicemente alla persona la possibilità di vivere un sentimento di libertà insieme con altre persone; di padronanza di sé, di ri-appropriazione fisica e psicologica del mondo circostante e del proprio posto in tale mondo. E’ intuibile che sperimenterà comunque un ampliamento dei livelli di attività e di autonomia, per arrivare a esprimere i suoi potenziali normali e positivi e a promuovere realmente un affrancamento dalla situazione di handicap che lo riguarda.
Viene da chiedersi perché proprio il cavallo? Bene:
- perché il comportamento del cavallo, sempre consequenziale e coerente rispetto alle proprie regole conosciute in etologia, conferisce autenticità alla relazione con la persona;
- perché andare a cavallo, a qualsiasi andatura, vuol dire mettere in gioco numerosi gruppi muscolari e poter intervenire in svariati campi della psico-fisiologia e psico-motricità della persona: attraverso l’equilibrio, l’equilibrazione e compensazione, allineamento e raddrizzamento, coordianazione e dissociazione, tono e rilassamento, ecc.;
- perché il cavallo è un essere vivente che si muove e nel quale si possono riconoscere anche le qualità necessarie a soddisfare i bisogni fondamentali di attaccamento della persona stimolati dal calore, dall’odore, dai movimenti ritmati e regolari, e dallo sguardo del cavallo;
- perché andare a cavallo è consentire ed autorizzare i contatti corporei più stretti ed intimi, offrire cure, carezze e massaggi e ricevendone in cambio manifestazioni di piacere;
- perché il cavallo è estremamente sensibile al dialogo tonico ed è estremamente ricettivo verso tutto quello che è relazione e comunicazione, soprattutto tonica e gestuale;
- perché il cavallo è un essere che ha emozioni proprie, con il quale non si può fare una cosa qualsiasi, come con un oggetto inerte, ma che ha dei bisogni nei quali ci si può riconoscere e non ultimo quello di essere rassicurato;
- perché il cavallo è facilmente condizionabile, senza per questo perdere la propria personalità;
- perché andare a cavallo è lasciarsi trasportare da un essere che offre situazioni proiettive e simboliche, che favorisce l’immaginario e il gioco creativo, e che permette di essere con lui nel movimento del va e vieni fra il reale, l’immaginario ed il simbolico.............................(..).
Le ricerche in merito all’utilizzo del cavallo nella terapia e nella riabilitazione stanno quindi accumulando sempre più precise informazioni sulle modalità di azione di questa forma di intervento. Conoscere bene i cosiddetti “meccanismi di azione”, (cioè come agisce la relazione con il cavallo sul benessere psico-fisico della persona) per mette una migliore applicazione ed efficacia. Possiamo sintetizzare tali modalità nei seguenti meccanismi:
Meccanismo Affettivo-Emozionale
E’ forse il più importante meccanismo d’azione salutare nell’ambito del rapporto uomo-animale e sul quale si basa gran parte delle applicazioni della pet- therapy. Di tipo affettivo, questo meccanismo ha una più o meno forte base emozionale. Anzi, quanto maggiore è il legame emozionale, tanto più intensi sono i risultati benefici. L’emozione agisce in molte disfunzionalità psico-fisiche ma ovviamente non si tratta soltanto di emozioni determinate dal rapporto uomo-animale.
Sulla base di recenti ricerche; vi sono stretti legami tra emozione, rilassamento ed effetti sanitari benefici come quelli prodotti da questo tipo di intervento. La risposta di rilassamento attraverso il rapporto con un animale amico, comporta una serie di variazioni fisiologiche che sono opposte alla risposta reattiva causa di stress, soprattutto cronico. Come conseguenza si assiste per esempio, ad una diminuzione del ritmo cardiaco e di quello respiratorio, nonché della pressione arteriosa e del tono muscolare, con variazione delle onde elettro-encefalografiche. La diminuzione del tono muscolare spiega come diverse patologie croniche che interessano l’apparato locomotore sono influenzate in modo positivo dalla TMC. Particolarmente interessanti sono le alterazioni nervose, in quanto comportano anche modificazioni a livello ormonale.
Recenti ricerche hanno meglio chiarito il rapporto che sussiste tra un’emozione positiva ed il benessere biologico. Hanno dimostrato che la risposta neuro-psichica di rilassamento modifica l’attività ed il comportamento di alcune note strutture cerebrali nervose. Queste strutture, presenti e ben sviluppate in tutti i primati, gioca un ruolo chiave nelle emozioni, nel piacere sessuale ed altre sensazioni. Oltretutto sono ben sviluppate anche nei cavalli.
Stimolazione psicologica
Un intenso rapporto uomo-animale rappresenta un forte stimolo psicologico, che coinvolge diversi settori della psiche umana: comportamento sociale e meccanismi di relazione, componenti caratteriali ed aspetti cognitivi. La presenza partecipata di un animale induce la persona ad “uscire” dai suoi problemi, poiché deve rispondere comunque ai bisogni vari dell’animale e per questo tramite si confronta anche con tutti gli altri. Da questa partecipazione scaturiscono molti effetti benefici, anche indiretti. Doversi interessare dell’alimentazione di un animale, ad esempio, porta ad interessarsi anche della propria (oltre ad altri aspetti della vita di solito rifiutati); e questo è un elemento importante per molte malattie (per citarne una, l’anoressia) che provocano inappetenza e svogliatezza.
Meccanismo ludico
Un aspetto molto importante per comprendere come agisce la TMC è il gioco, il divertimento e non raramente il ridere, che spesso s’instaura nel rapporto uomo-animale. Quando una persona interagendo con il cavallo gioca con esso, o ride per il modo buffo in cui si comporta, aumenta le sue possibilità di difesa e quindi di guarigione. E’ dimostrato, infatti, che il gioco induce per esempio al movimento e il movimento è la miglior ginnastica.
Oltre al fatto che si riscopre anche la possibilità di divertirsi ancora e perfino con un essere diverso da noi.
Meccanismo Psico-Somatico
E’ sempre più evidente che la psiche influisce sull’organismo e che moltissime malattie cosiddette fisiche hanno alla base una componente psichica. Attraverso i meccanismi affettivi, emozionali, di stimolazione psicologica e ludici, frequentemente associati, la TMC attua importanti modificazioni anche di tipo psico-somatico. Alcune attività a cavallo possono de potenziare, vale a dire abbassare una certa tensione interna più o meno specifica,(sentita cioè prevalentemente in alcune parti del corpo) e determinare interessanti modificazioni fisiologiche ad essa connesse.
Meccanismo Fisico
La componente fisica della TMC è indubbiamente importante e viene sfruttata in diverse occasioni. Tipici sono gli esempi di lavoro sia riabilitativo, sia pre-sportivo o sportivo, come la cura del cavallo per badare ai propri bisogni vitali, di cibo e di socialità.
Meccanismi Associati
I singoli meccanismi inoltre agiscono quasi sempre fra loro, associati. Ad esempio nella TMC la componente fisica si associa sempre a quella emotiva: di interesse per l’ambiente, per gli altri e per il gioco. E’ questo il motivo per cui una passeggiata a cavallo è sempre più stimolante e quindi fisiologicamente più salutare di una gita in bicicletta e senza dubbio migliore
- soprattutto da un punto di vista psico-sensoriale - di una solitaria pedalata su di una “ciclette” posizionata al centro di una stanza.
Da quanto finora detto, si deduce che questa forma di intervento abbia diverse applicazioni e finalità sia nel campo vasto degli handicap psico-fisici sia nel campo dell’educazione. Si può ampliare l’orizzonte, e affermare, che oltre ad un grande ruolo nella educazione di adulti, giovani e bambini, è possibile riconoscere anche una finalità più strettamente formativa alla TMC.
Finalità psicologico-educative
La TMC è idonea per il trattamento dei disturbi comportamentali in bambini e adulti come per esempio: cattiva o insufficiente socializzazione, inadeguato rendimento scolastico, senso di insicurezza, casi di bambini cosiddetti iper-cinetici con difficoltà dell’attenzione, e problemi dell’impulsività, e di soggetti ansiosi,ecc. Casi di persone con disturbi di tipo cognitivo come i ritardi mentali, ai quali possono associarsi problemi nelle relazioni con gli altri di diversa natura ed intensità; o di persone con Sindrome di Down in cui il lavoro con il cavallo può essere orientato su diversi versanti, educativo, o più strettamente motorio o psicomotorio, piuttosto che sul versante della comunicazione e della relazione o maggiormente sul versante affettivo-emotivo, o sociale. Si può avere ancora efficacia nella riduzione dell’aggressività in persone con problemi psichiatrici, in detenuti, in situazioni di dipendenza come la droga, ecc. In tutte queste situazioni per esempio è molto utile la dimensione relazionale ed il legame affettivo che si stabilisce con il cavallo. La considerazione che il cavallo sia un essere vivente con dei propri bisogni e delle necessità quotidiane sia di tipo materiale che più particolarmente di tipo affettivo e relazionale, permette di aprire spazi di riflessione anche profonda sulle personali esigenze sociali e relazionali, e su un proprio modo di essere al mondo. La considerazione che più avanti si faceva rispetto alle reazioni del cavallo sempre ed assolutamente coerenti alle leggi che ne governano il comportamento e quindi l’autenticità delle sue reazioni rispetto alle azioni dell’uomo permette ai soggetti in terapia di confrontarsi con dimensioni quali il rispetto di se stessi e degli altri e la propria ed altrui libertà. L’equitazione di per se come cavalcatura e veicolo prevede la conoscenza di regole, è disciplinante e normativizzante, permette di stimolare la capacità di auto-controllo e autogestione, e se praticata in gruppo, di socializzazione. Sono questi gli elementi che diventano, per queste situazioni, vere e proprie ipotesi e strumenti tecnici di intervento......................(....)
Le finalità inoltre formative e in senso piu' ampio di conoscenza migliore di sè e consapevolizzazione di processi relazionali anche specifici è favorita dalla natura stessa di questo animale di relazione. Il cavallo e la relazione con esso ci permette di entrare in realtà differenti e di arricchire la nostra vita di punti di vista diversi e integrabili......(...). Le nostre attuali paure, il nostro disagio di vivere probabilmente è riconducibile alla separazione prodottasi fra noi e il resto del mondo naturale: lo stimolo è quello di ricominciare ad osservare...................
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