BAMBINI TORNADO E BAMBINI TRA LE NUVOLE - Disturbo  da deficit dell’attenzione e iper-attività

dr. Francesco Montefinese

- Annuario enciclopedia Medica 2007. Sez. Psichiatria -

__________________________________________________

In queste pagine potrai trovare una sintesi degli articoli pubblicati sugli annuari di enciclopedia medica; se pensi possa esserti utile, puoi chiedermi il materiale in versione integrale telefonandomi o mandandomi una mail -vai a CONTATTI nella home page-. Per questioni relative ai diritti d'autore cita la fonte da dove hai estratto il materiale

(Descrizione sintomatologica della Sindrome DDAI (Disturbo  da deficit dell’attenzione e iper-attività)
 

La sigla DDAI (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) nella letteratura italiana ha dei corrispettivi nelle diverse lingue ed in particolare: ADHD (Attention Deficit Hyperactiv Disorder) nella letteratura americana, ADS nella letteratura di lingua tedesca. Oggi, il DDAI viene diagnosticato ai bambini e agli adulti che manifestino difficoltà nel mantenere l'attenzione nel tempo, nel controllare l'impulsività e nel regolare il proprio livello di attivazione fisiologica. E’ sempre difficile descrivere un disturbo, ma sembra che quello di cui ci stiamo  occupando  possa essere descritto prevalentemente come un disturbo neuro-evolutivo in  quanto le caratteristiche cognitive e comportamentali  di  questo  disturbo coinvolgono delle specifiche regioni  cerebrali,  ed  in modo  particolare la corteccia prefrontale. Ha carattere pervasivo, che influisce sulla personalità intera del bambino che ne soffre e sul contesto in cui questi vive; può produrre un grave disadattamento sociale e scolastico; un disturbo duraturo o meglio un disturbo dello sviluppo, il cui impatto sul bambino e sull’ambiente insorge precocemente e può incontrare mutamenti con la crescita, sia in positivo che in negativo. Ancora, la sindrome iperattiva è meglio specificata dalla presenza di tre aspetti caratteristici: disattenzione, impulsività e iperattività. I più comuni comportamenti sono inclusi in tre categorie base che sono le seguenti: disattenzione, iperattività e impulsività. Si stima che le difficoltà di attenzione e iperattività interessino circa il 5% - 7% della popolazione in età scolare, con un rapporto tra i sessi di 4 maschi ogni femmina.
 Le persone che soffrono di disattenzione hanno serie difficoltà a rimanere concentrati su qualsiasi cosa e possono annoiarsi di un’attività intrapresa, dopo solo pochi minuti. Possono prestare attenzione alle attività e alle cose che piacciono spontaneamente, senza sforzo e in modo automatico. Ma risulta loro molto difficile focalizzare l’attenzione deliberatamente per organizzare e finire un lavoro o imparare qualcosa di nuovo. Ad esempio un bambino affetto da deficit di attenzione spesso, dimentica di pianificare in anticipo le attività, non prende nota dei compiti, perde continuamente oggetti legati alla scuola o non porta a casa i libri giusti sui quali studiare. Quando prova a lavorare,  nel tempo di pochi minuti  i suoi pensieri, spontaneamente, si spostano su qualcosa d’altro. Per quanto  riguarda  l’iperattività Non riescono a rimanere seduti tranquilli. Possono parlare ininterrottamente o buttare le cose all’aria. Per un bambino affetto da iperattività rimanere seduti al banco durante una lezione può essere un compito impossibile. I bambini iperattivi si dimenano nei loro banchi o vagano per la classe. Oppure possono muovere i piedi, toccare ogni cosa o tambureggiare noiosamente con la penna. Adolescenti e adulti iperattivi possono sentirsi fortemente irrequieti, saltando da un’attività all’altra. La impulsività incapaci di tenere a freno reazioni immediate o di pensare prima di agire. Il risultato è lasciarsi scappare di bocca commenti inappropriati. Oppure possono correre per la strada senza guardare se ci sono macchine che stanno passando. L’impulsività può rendere loro difficile aspettare per avere qualcosa che vogliono o attendere pazienti il loro turno durante alcuni giochi. Possono strappare di mano un giocattolo ad un altro bambino o picchiare quando sono arrabbiati o frustrati. Queste tre caratteristiche ovviamente portano – come  è intuibile – la persona che soffre di  questa sindrome anche ad una eccessiva attività irrilevante rispetto al compito principale e attività scarsamente regolate rispetto alle richieste ambientali, così come ad una difficoltà nel seguire le regole di comportamento o i comandi impartiti per lo svolgimento di un'attività. Per effettuare la diagnosi del  DDAI ci  si  utilizzano come sempre i  manuali  diagnostici  quali: DSM 4 e ICD 10 nelle loro  versioni più  recenti,  visto che questi strumenti  vanno incontro  ad aggiornamenti sul  piano  sintomatologico dei  vari  disturbi mentali  in relazione a cambiamenti  culturali ed epidemiologici.
Le diagnosi sono ufficialmente basate sui criteri DSM-IV: cioe’ si può avanzare  una diagnosi  DDAI, quando si riscontrano almeno sei  criteri diagnostici su un totale di nove per quanto  riguarda la  disattenzione, oppure sei criteri su nove di iperattività/impulsività che devono  essere presenti da almeno sei mesi, e da prima del compimento dei sette anni d’eta’; problemi comportamentali devono apparire in due o piu’ situazioni (p. es. scuola e casa) e non devono essere provocati da altre condizioni. Ulteriori presupposti indicano che  questi comportamenti siano facilmente distinguibili da quelli cosidetti normali; siano coinvolte disabilita’ di sviluppo neurologico; non siano influenzate dall’ambiente esterno; e possano essere adeguatamente diagnosticate con semplici questionari. Il DSM IV edizione, strumento di diagnosi ufficialmente riconosciuto negli USA ma anche più utilizzato da  noi in  Europa, prevede tre tipi disindrome ADHD:

a predominanza di iperattività e impulsività

a predominanza di disturbi di attenzione

combinata

Le liste seguenti raccolgono i criteri  diagnostici (sintomi) che devono  riscontrarsi  nel  soggetto per poter diagnosticare questa Sindrome, ovviamente secondo i  tempi  e le altre condizioni sopra citate:

A. Disturbi di attenzione

Spesso non riesce a prestare attenzione ai dettagli oppure compie errori di distrazione nel lavoro scolastico o in altre attività;

Spesso ha difficoltà nel mantenere l'attenzione nei compiti o nelle attività di gioco;

Spesso sembra non ascoltare quando gli si parla direttamente

Spesso non segue correttamente le istruzioni e sbaglia nel portare a termine i compiti di scuola, gli impegni quotidiani o i propri doveri (non a causa di comportamenti oppositivi o di errori di comprensione delle istruzioni);

Spesso ha difficoltà ad organizzare compiti ed attività;

Spesso evita, non sopporta o è riluttante nell'affrontare compiti che richiedono uno sforzo cognitivo rilevante (come compiti di scuola);

Spesso dimentica cose necessarie per compiti o attività (ad esempio giocattoli, consegne scolastiche, matite libri o strumenti);

Spesso è facilmente distratto da stimoli estranei;

Spesso è smemorato nelle attività quotidiane.

 

            B. Iperattività - impulsività

 

Spesso è irrequieto con le mani o i piedi oppure si agita

            sulla sedia;

Spesso si alza dal posto in classe o in altre situazioni in cui è richiesto

             di rimanere seduti;

Spesso corre qua e là o si arrampica eccessivamente in situazioni nelle quali non è appropriato (negli adolescenti o negli adulti può essere limitato dal soggettivo senso di irrequietezza);

Spesso ha difficoltà nel giocare o impegnarsi in attività nel tempo libero in modo tranquillo;

È spesso "in movimento" o spesso agisce come "spinto da un motore";

Spesso parla eccessivamente;

Spesso dà risposte prima che le domande siano complete;

Spesso ha difficoltà ad aspettare il proprio turno;

Spesso interrompe o importuna gli altri;

I criteri per la diagnosi di ADHD differiscono  a seconda che si adotti il DSM-IV
(Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali), oppure che ci si riferisca  all’International Classification of Diseases ( ICD-10) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Senza riportare puntualmente i la sintomatologia contemplata nell’ICD 10 le differenze  si  evidenziano  in diversi aspetti relativamente a questa sindrome, per esempio:

usano diverse etichette diagnostiche

Includono i disturbi in diversi raggruppamenti

Richiedono diverse numerosità di sintomi

Quindi stimano una prevalenza diversa

Prevedono età di insorgenza diverse

Se associato ad altri disturbi propongono

             etichette diverse

Queste diferenze –ma non solo- stimolano  oggi  un  dibattito piuttosto  acceso e  si spera  proficuo,  nell’ambito  della diagnosi in psicologia ed  in  psichiatria, nel  senso  di stimolare la consapevolezza di  difficoltà dovute alla differenza fondamentale di avere a che fare non con una Sindrome organica e strettamente medica in cui il problema   è  molto più  definito e circoscritto sia sul piano  della diagnosi che del  trattamento,   bensi, con  una Sindrome psichica, espressione di  diversi piani  tra  i quali non solo  quello  organico, ma almeno altri  tre aspetti strutturanti l’unicum  della persona così  com’è,  e precisamente  quello sociale-culturale, storico-evolutivo, esperienziale-relazionale. Direi  che trattiamo  a questo punto della persona –adulto o  bambino che sia – nella sua totalità e ricca complessità,  dunque forse di un  altro  soggetto  di indagine che non è  il singolo  organo  o  sistema. La faccenda si  fa estremamente complessa,  così come e evidente dall’acceso  dibattito in  atto nella comunità  degli  studiosi  di livello internazionale. Avremo modo  di  accennare brevemente  più  avanti.
Un  aspetto  che va  evidenziato, con  assoluta necessità, proprio  nel  lavoro  diagnostico  di questa Sindrome, è il  concetto di  comorbilità  e di  diagnosi differenziale. Questi  due aspetti in  effetti  ci vengono incontro  - o meglio  vanno incontro  a chi  emette la diagnosi  e d un  piano eventuale di  trattamento – di  conoscere (diagnosticare) con una maggiore sicurezza il  problema di  cui sopra  nel  soggetto in  questione,  senza confonderlo appunto  con  altre problematiche o  Sindromi  ad essa associate. Pena per questo,  un  piano  di  trattamento, sbagliato o  poco  efficace per la persona.
Comorbilità e diagnosi differenziale sono due concetti –a questo punto -  fondamentali per la procedura diagnostica. Con il primo termine si intende la possibilità che ad un determinato disturbo si associno manifestazioni tipiche di uno o più disturbi, diversi da quello primario, e di entità tale da giustificarne una segnalazione completa o parziale accanto alla diagnosi principale; con il secondo ci si riferisce invece alla possibilità che le caratteristiche associate ad una certa diagnosi siano in realtà manifestazioni di una condizione patologica diversa.
Tra i  disturbi  che spesso  si  associano a questa Sindrome – la percentuale stimata è  del 70-80%  dei  casi – eccone alcuni:

Disturbi  generalizzati  del  comportamento

Disturbo  della cndotta

Disturbo oppositivo-provocatorio

Disturbi  dell’apprendimento (Dislessia,  disgrazia,  discalculia)

Disturbi  della comunicazione

Disturbi  del  tono  dell’umore

Depressione maggiore

Disturbi  bipolare

Disturbo  post-traumatico  da stress

Disturbo  ossessivo-compulsivo

Disturbo  da tic multipli (detto di: Gilles de la Tourette)

Schizofrenia

Abuso  di  sostanze

Ritardo  mentale

Disturbi pervasivi  dello  sviluppo, incluso il  disturbo artistico

 

Le caratteristiche cognitive-comportamentali-emotive e relazionali di ogni  singola persona con  DDAI dipenderanno  dunque anche dal  tipo  di  associazione (comorbilità) che si  è  creata, per esempio: quando si associa ad un disturbo specifico di apprendimento le difficoltà si osservano soprattutto nelle attività di soluzione di problemi, produzione e comprensione dei testi scritti e studio di brani complessi, per la presenza di strategie di  stdui meno  efficaci, difficoltà nell’inibizione delle informazioni irrilevanti, contenute all’interno di un brano. Meno frequenti, in questo gruppo, problematiche di ordine strumentale (velocità e correttezza di lettura, scrittura e calcolo), sottese prevalentemente da un problema di processazione dei dati.
Quando il DDAI si associa a ritardo mentale (RM) il deficit sta nella comprensione e nell’elaborazione di una strategia. Manca il progetto da realizzare (il “cosa devo fare”). Il bambino con RM cambia spesso attività, diventa iperattivo perché non ha un obiettivo da raggiungere in compiti cognitivi. Nei “bambini vivaci” l’attività non è disorganizzata, pur essendo frenetica. Nell’associazione con il disturbo d’ansia il comportamento  appare  generalmente fluttuante.
Per quanto riguarda  in vece la diagnosi  differenziale  è utile tenere presente diverse altre  problematiche, e  di  origine diversa, dalle quali differenziare – appunto – questa Sindrome; questa lista  probabilmente non è  nemmeno completa;

differenziarla da disturbi  psichiatrici quali:

Disturbo  della condotta

Disturbo oppositivo  provocatorio

Depressione maggiore

Ipomania

Ansia sia situazionale che evolutiva

Disturbo  d’ansia da separazione

Disturbo post-traumatico  da stress

Disturbo di panico

Disturbo fobico

Diturbi  dissociativi

Disturbi  psicotici, prepsicotici o psicotici intermittenti

Comportamento  di  ricerca dell’attenzione  o  manipolativo

Disturbo borderline di personalità (evidentemente se si  tratta di un  soggetto  adulto  con  DDAI)

Disturbo  antisociale di  personalità (evidentemente se si  tratta sempre di un soggetto  adulto con DDAI)

problematiche psicosociali:

Violenza fisica  o  sessuale

Abbandono

Noia

Iperstimolazione

Deprivazione socio-culturale

     problematiche di natura neurologica:

Danno neurologico (dovuto  a trauma  o  infezione)

Avvelenamento  da  piombo

Sindromi demenziali (evidentemente negli  adulti)

     di natura medica:

Disturbi  tiroidei

Agitazioni  da farmaci

Stimolanti  assunti per divertimento

Stimolanti medicamentosi: tipo pseudoefedrina

Barbiturici,  benzodiazepine

Carbamazepina

Teofillina

     di  natura dietetica:

Eccesso di caffeina

     dovuti  a fame:

Stipsi

Dolori persistenti

In realtà  la lista è  ancora  più lunga, o  almeno  sembra  dalla ricerca che altre condizioni possono  associarsi e/o causare una sintomatologia simile a quella della Sindrome da deficit dell’attenzione e iperattività:

Affaticamento

Alimentazione (malnutrizione o dieta errata)

Allergie

Anemia

Apprendimento (disabilità)

Bambini prodigio, viziati o indisciplinati

Candida Albicans

Cardiaci (malattie e disfunzioni)

Chemioterapia per il cancro

Cisti cerebrali

Comprensione problemi e abilità di comunicazione (defict di)

Diabete precoce

Dolore fisico

Ferite e danni alla testa

Ferro (carenza di)

Genetici ( Klinefelter, XYY)

Inalamento volontario o involontario di sostanze

Infezioni virali o batteriche

Inquinamento ambientale

Integrazione sensoriale (disfunzione)

ipotiroidismo

Ipoglicemia

Lobo temporale (anomalie del)

Lupus con infiammazione del SNC

Manganese (alto livello di)

Medicinali e droghe legali o illegali (inclusi i farmaci usati per curare l’ADHD)

Mercurio (alto livello di)

Metabolici (disordini)

Monossido di carbonio (avvelenamento da)

Movimento (mancanza di esercizio)

Neurologici (epilessia, corea, ritardo mentale, akatisia ecc.)

Parassiti intestinali

Parto (complicazioni)

Perinatali (fattori sfavorevoli)

Porfiria

Prenatali (scarsa salute e malnutrizione della madre, uso di droghe)

Problemi spinali

Psicosi bipolare precoce

Rene (malattia renale cronica)

Sindrome alcolica fetale

Sonno (disturbi del)

Streptcocco Beta-emolitico

Tossine (esposizione alle)

Tumori cerebrali incipienti

Udito (disordine dei processi centrali auditivi)

Vascolari cerebrali (danni)

Vista (problemi visivi)

Vitamina B (carenza di)

Vitamine (eccesso di)

I tre grandi  approcci alla comprensione della Sindrome DDAI
Un appunto generale  - che avremo modo  di approfondire più  avanti – ma utile  per   l’esposizione delle varie ipotesi  sulle diverse cause che  farebbero insorgere questa Sindrome, è  che i  diversi  studi  evidenziano  fattori  di  diversa natura e che  in modo complesso  interagirebbero tra  di loro  nel  determinare questo  tipo  di problematica nel  bambino  e/o nell’adulto. Ma la letteratura sulla ricerca  evidenzia anche una difficoltà molto  grande a mio parere, e cioè quella di condividere i  dati delle ricerche  e le osservazioni cliniche che  provengono  da diversi ambiti  relativamente a questa Sindrome, per cui  si  generano molto  facilmente conclusioni  parziali, a discapito  di una lettura complessa ma sicuramente  più  vicina alla realtà esperienziale  delle persone che soffrono di  questo  disturbo.

Possiamo  raggruppare  in  tre,  i modelli  teorici  di  riferimento  che ci permettono  per  il momento,  di  comprendere in qualche  modo le possibili  cause di  questa sindrome,  e nello  stesso  tempo  ci consentono  di  attuare anche dei possibili  interventi  terapeutici. In  ognuno  di questi  tre    raggruppamenti è possibile intuire l’importanza attribuita alle diverse dimensioni che contribuiscono  alla determinazione e manifestazione della sindrome: per esempio  il  piano  genetico-biologico; quello  storico-evolutivo e dunque la soddisfazione o  meno  dei  bisogni  di  base del  soggetto e i  possibili  traumi; il  piano  più  strettamente  cognitivo  e dell’elaborazione delle informazioni con la costituzione di schemi  di comportamento  e di pensieri; come la dimensione  intrapsichica vale a dire delle fantasie, delle immagini,  degli  affetti e di  tutte le dinamiche interne al  soggetto rispetto  all’ambiente e alle figure di  attaccamento significative. Oltretutto in              questi  diversi modelli, le interazioni tra l’aspetto  organico  e precisamente neurochimico con  le stimolazioni  ambientali,  relazionali, sociali,  fino  ai livelli più  ampi  come quello  culturale per esempio o se vogliamo  ulteriormente anche il sistema etnico, rendono sicuramente molto  complessa, ma non meno  affascinante, la formulazione di una ipotesi  - unitaria e universalmente valida -  che ci  spieghi in  modo lineare, univoco e certo, la genesi  e l’evoluzione della sindrome in  qualunque bambino o  adulto che  ne sia affetto................................

Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività (DDAI): proviamo a mettere un po’ d’ordine?

In questi ultimi anni è  stato reintrodotto in commercio il Metilfenidato, principio  attivo del  farmaco psicotropo  sommistrato nelle situazioni  di DDAI,  certamente  non è  l’unico  farmaco. Si è acceso un forte e doveroso dibattito che ha visto coinvolti tutti i soggetti che si occupano della crescita e dell’educazione dei bambini (famiglie, istituzioni scolastiche, operatori  del  settore, associazioni  di  difesa,e cc. ). Un confronto spesso a tinte forti che ha visto moltiplicarsi le polemiche relative al disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e all’uso di psicofarmaci nei bambini, con il rischio di schiacciare bambini e famiglie tra crociate di opposti pareri.
Sono  state  evidenziate in  questo  dibattito tante  problematiche di ordine tecnico-diagnostico, etico-diagnostico, relativamente ai modelli  di  ricerca, così  come  alla supposta “neutralità” e libertà di  ricerca dei  ricercatori,  tirando in campo  persino  istemi partitico-ideologici a mio avviso  di poca  utilità.
Credo  che  sia fondamentale partire da informazioni che costituiscono  dei  fatti in  qualche modo attendibili, mantenendo la consapevolezza che come sempre nell’ambito  della psicologia clinica e della  psichiatria, può esservi il rischio di scivolare nella direzione di un uso strumentale di diagnosi, terapie e farmaci. Tutta sembra che  la letteratura sia  concorde nel dire che gli interventi cardine sono quelli effettuati sull’ambiente di vita, quelli cioè che da un lato portano l’ambiente a modificarsi per meglio rispondere alle necessità del bambino, e dall’altro supportano il bambino nello sviluppo di strategie che gli permettano di aggirare il problema (interventi informativi, formativi ed educativi per genitori, insegnanti e bambini/ragazzi, interventi psicoterapici ecc).
Questo non vuol  dire che  in alcuni  casi  non sia necessario un intervento  di  tipo  strettamente medico e di medicina olitstica piuttosto  che allopatica per esempio,  che si integri con  una serie di  interventi e di attività  utili e funzionali  al bambino o  al  soggetto  adulto.
 Sembra che  in una piccola percentuale dei casi è necessario affiancare a questi interventi un trattamento farmacologico. Il farmaco di prima scelta è il metilfenidato, che non "miracola" i bambini né risolve il problema, ma "toglie un po’ di sassi dallo zaino" dalle situazioni di gravità e consente agli altri interventi di funzionare meglio e forse con un livello di fatica un po’ meno drammatico per tutti. Questo  ovviamente nella consapevolezza della complessità  della sofferenza  umana e  dunque della persona per cui  probabilmente  l’integrazione di  interventi  di  diversa natura possa portare  un maggior beneficio a chi  soffre di  questo  problema.  Vorrei  sottolineare il concetto di integrazione di  vari interventi  perché  questo  concetto  non è  assolutamente  un fare semplicemente diverse cose e coinvolgere diverse figure professionali  per uno  stesso  disagio e per quell’unica persona. Adottare  una modalità  integrata di interventi di  diversa natura e a diversi livelli  della personalità  del soggetto  e del suo  ambiente, comporta praticamente una consultazione continua di  diverse figure professionali e  la volontà  di  individuare ciò  che  è  più  funzionale ed  utile al  cliente nel far fronte alla sua malattia e/o  disturbo  che sia. La volontà  creativa di  costruire e modificare  di  volta in  volta gli interventi da mettere  in  atto. Certo  questo  a sua volta comporta  una sana apertura e sufficiente elasticità (libertà) di  confronto con  modelli di comprensione e di  intervento  sul  disagio  diversi  dal propri.
Alcuni studiosi propongono  esempi di intervento  che chiamano  combinato per questi professionisti l'obiettivo di ogni intervento terapeutico, almeno nel caso del DDAI, non deve essere quello di far scomparire completamente i sintomi, ma di sviluppare un adeguato benessere nel bambino funzionale alla sua qualità di vita. Il trattamento preferibile per un bambino con DDAI è multimodale concepisce il bambino come una persona con una propria individualità  inserita in una matrice sociale: famiglia, scuola e gruppo di coetanei, capace d'influenzare la sua personalità. In questa prospettiva qualsiasi tipo d'intervento attento ad uno solo di questi aspetti è inevitabilmente limitato. Ogni bambino DDAI necessiterebbe di un
aiuto multidisciplinare, per effettuare un eventuale trattamento farmacologico e psicologico nel bambino, e ad ampio spettro, ossia capace di coinvolgere genitori e insegnanti. Uno studio importante All'inizio degli anni ‘90 si è reso necessario soprattutto in America, dove le cure farmacologiche si stavano diffondendo, cercare di capire quale intervento terapeutico fosse maggiormente efficace con i bambini DDAI. In particolare si è cercato di capire se la sola somministrazione delle cure farmacologiche, metodica molto più economica rispetto ai trattamenti psicologici, potesse essere sufficiente per ridurre i sintomi del bambino DDAI. Per questo motivo nel 1992 l'Istituto Nazionale di Salute Mentale degli Stati Uniti istituì e finanziò un importante progetto, coordinato da un gruppo di 6 università americane sparse su tutto il territorio nazionale, con la collaborazione di migliaia di operatori. Il progetto prevedeva l'applicazione a 579 bambini (7/9 anni) con DDAI , sottotipo combinato, di quattro tipologie di trattamenti:

  • terapia farmacologica (prevedeva la sola somministrazione del farmaco, attraverso un dosaggio controllato)
  • terapia comportamentale (includeva circa 30 incontri dl parent training, la consulenza sistematica
  • agli insegnanti, l'applicazione di tecniche comportamentali a scuola e un programma intensivo estivo di 8 settimane con i bambini)
  • terapia combinata (includeva sia il trattamento farmacologico che quello comportamentale)
  • terapia dei pediatri di famiglia (tipologia di trattamento di routine effettuata presso le strutture territoriali. In base all'opinione del pediatra poteva comprendere l'uso di farmaci, consigli ai genitori e talvolta agli insegnanti. Controlli ogni 3-4 mesi)

Occorre precisare che le prime tre strategie terapeutiche sono state effettuate in maniera rigorosa e rigidamente predefinita presso centri universitari altamente specializzati, con controlli clinici settimanali o, al massimo, mensili. I bambini, che potevano presentare anche altri disturbi come ansia, depressione, disturbo della condotta, disturbi dell'apprendimento scolastico, sono stati assegnati in modo randomizzato ad una delle quattro condizioni di trattamento. Il trattamento intensivo è stato somministrato per 14 mesi.
I primi risultati sembrano testimoniare che la terapia farmacologica e combinata siano più efficaci nel ridurre i sintomi del disturbo rispetto alla terapia psicologica e a quella dei pediatri di famiglia. I casi di DDAI associati ad ansia o depressione hanno conseguito benefici solo se sottoposti alla terapia combinata. Inoltre le famiglie con un livello socio-economico più elevato hanno tratto maggiori vantaggi dalla terapia multimodale rispetto a quella farmacologica. È importante osservare come il 63% dei bambini, che hanno usufruito del
trattamento dei pediatra di famiglia, siano stati trattati con farmaci, questo spinge a ritenere che gli effetti positivi evidenziati dalla terapia farmacologica non siano da attribuire unicamente al farmaco in sé, ma alle modalità complessive con cui è stato gestito il trattamento. L'efficacia della terapia combinata è comprovata anche dal fatto che i soggetti inseriti in questo gruppo terapeutico assumevano circa il 20% di farmaci in meno. Infine un ulteriore aspetto di grande importanza è rappresentato dalle percezioni dei genitori sul loro grado di efficacia: più i genitori percepivano di poter svolgere un ruolo attivo nel benessere dei propri figli, vivendo in tal modo un minor stress personale, più i loro figli hanno conseguito dei risultati significativi. I risultati di questo studio suggeriscono alcune considerazioni.

  • La prima è che ogni intervento terapeutico per i bambini con DDAI deve essere accuratamente personalizzato, preceduto da una accurata valutazione clinica e seguito da frequenti visite di controllo, almeno mensili.
  • La seconda è che la terapia farmacologica, quando accurata e rigorosa, costituisce la risorsa più efficace e potente per aiutare i bambini con DDAI.
  • La terza è che la combinazione della terapia farmacologica con l'intervento psico-educativo offre alcuni vantaggi rispetto al trattamento esclusivamente farmacologico: migliora le relazioni con i coetanei, aumenta la soddisfazione dei genitori per il trattamento, permette di utilizzare minori dosi di farmaco. L'efficacia dell'intervento combinato sui sintomi cardine dell'DDAI è però simile a quella del trattamento esclusivamente farmacologico.

In conclusione appare ulteriormente confermato che le cure farmacologiche rivestano un ruolo innegabile nel trattamento così  come  le altre tecniche e modalità  di intervento,  ciò che mi  sembra utile sottolineare  è proprio  la combinazione e l’integrazione la dove possibile di  terapie di diverso  tipo e che riguardino  i  diversi livelli di vita del  bambino  o  dell’adulto.

 

________________________________

 

SANI PER SEMPRE: L'ORTORESSIA

dr. Francesco Montefinese

- Annuario enciclopedia Medica 2007 -

_______________________________________________

 

SOMMARIO

  • Aspetti Generali
  • Dimensione interiore
  • Prospettiva Etologica

______________________________________________________________________________

ASPETTI GENERALI

Un nuovo fenomeno sottoposto all’attenzione degli studiosi? una futura patologia? un nuovo disturbo? una disfunzione? o semplicemente un fenomeno passeggero e reattivo alle  condizioni sociali, economiche e culturali del nostro tempo?
“Orto-ressia”, l’analisi etimologica della parola evidenzia la sua derivazione dal greco: ortos (retto, corretto, giusto, dritto) e rèo (scorrere, fluire, sia nel senso dei liquidi che della vita come corso). Conserva lo stesso radicale di ressia presente in anoressia.  Ne risulta una parola inesistente che sembra coniata solo come “opposizione” ad anoressia nei suoi aspetti fenomenologico-comportamentali; quindi un’attenzione particolare alla propria alimentazione, da distinguere dalla già nota patologia anoressica e bulimica; nella patologia dell’anoressia nervosa (che risale al prefisso greco anà con significato di privazione=senza) si manifesta un comportamento disfunzionale che è proprio quello di privarsi del cibo (non mangiare, sottrarre continuamente calorie necessarie e vitali per l’organismo fino - nei casi più disperati – a procurarsi la morte). E rimanda poi  al verbo greco rèo, per cui nell’anoressia si manifesta  un fenomeno di blocco anche dei flussi mestruali (amenorrea), legati quest’ultimi alla maturazione psico-sessuale del soggetto interessato.
Bulimia è invece caratterizzata da ripetuti accessi di alimentazione e da una successiva preoccupazione circa il controllo del peso corporeo che induce il bulimico a

 

 

mettere in atto comportamenti che originano da un bisogno di alleviare il senso di colpa per  le precedenti abbuffate e che limitano gli effetti ingrassanti del cibo ingerito. Esistono poi una serie di  altri comportamenti disfunzionali, nel campo dell’alimentazione, come “l’iperalimentazione associata a diversi disturbi psicologici, oppure la perdita psicogena dell’appetito”; comportamenti non trattati ampiamente nei manuali diagnostici professionali,  ma in ogni caso  fonte di sofferenza per i soggetti interessati. Invece  - come visto - dalla indagine etimologica si deduce che nel comportamento cosiddetto ortoressico di un individuo si osserverà una attenzione particolare agli alimenti che immette nel suo organismo, così che il suddetto comportamento potrebbe prospettarsi come un fenomeno regolatore, riequilibrante, compensatorio di una serie di fenomeni (anoressia, bulimia ed altri già noti) che, al contrario, deviano dal comportamento alimentare medio degli individui. Ma a ben vedere si delinea anche in quest’ultimo fenomeno ortoressico ciò che è già evidente per i fenomeni bulimici ed anoressici: vale a dire la messa in atto da parte del soggetto di  una dinamica iper-controllante.
In questo caso però si verificherebbe un iper-controllo giustificato da una obbedienza rigida alle regole di una sana alimentazione. Un tentativo di perfezionismo quindi? E in cosa consisterebbe una tale perfezione se non nel rendere immobilizzato, bloccato, cristallizzato, quell’equilibrio dinamico e creativo che caratterizza al contrario il fenomeno vita?
Sorgono a questo punto diversi interrogativi conseguenti, e cioè: quale precisa connotazione si vuole dare al termine ortoressico? quella di un’ eccessiva obbedienza e quindi giustezza delle regole alimentari e nutrizionali? una eccessiva attenzione alla propria alimentazione?  e in che modo si manifesterebbe? quale  livello di attenzione consente di  parlare di comportamento ortoressico in un individuo? quali  segni esterni rilevare (fenomenologia, comportamento) come possibili  indizi di una situazione di disagio per il soggetto? gli aspetti interni al soggetto (come uno stato di stress, ansia, disagio, inadeguatezza) che egli denuncia rispetto all’area del comportamento oro-alimentare potrebbero essere  un utile segno diagnostico? Questi aspetti interni si correlano a loro volta ad altri più squisitamente esterni, come dedizione di tempo durante la giornata e risorse economiche che il soggetto impegna nell’ iper-controllare la propria alimentazione e nutrimento? Qual’è l’equilibrio, tra elementi di questo tipo utili per un riconoscimento

 

 

 

diagnostico dell’ ortoressia? E’ ricordare la suddivisione  analitica che Aristotele fa dell’azione umana, distinguendo un comportamento volontario (suddiviso  a sua volta in motivato ed abitudinario), un comportamento costrittivo, ed uno casuale. Tali precisazioni ci spingono a tenere sempre presente il concetto di consapevolezza del soggetto (e il suo  livello) come frutto di una  costruzione dinamica. E allora il cosiddetto comportamento ortoressico rientra in quelli di tipo volontario, motivato o abitudinario? uno stile alimentare ed una educazione alimentare interna ad un gruppo famigliare sempre attenti allo stile alimentare dei propri componenti potrebbe strutturare una abitudinarietà per i soggetti di quel clan  famigliare? Perchè ad un certo punto della vita del soggetto diventa motivo di consultazione? Potrebbe al contrario rientrare nella categoria del comportamento costrittivo: una costrizione interna? di che tipo e di quale natura? Anche in questo caso una corretta ricerca fa pensare ad una interazione possibile tra queste diverse categorie di comportamenti. La cosiddetta ortoressia è un fenomeno con una connotazione problematica,  di disagio e/o disfunzione nell’area del comportamento umano oppure semplicemente l’espressione di  un significato e un senso più generali (specchio di condizioni sociali, culturali, economiche e antropologiche di questo tempo), un fenomeno quindi che si pone all’attenzione semplicemente perchè  opposto e/o diverso dalle più conosciute patologie come le sopracitate anoressia e bulimia nervose? E’ noto per esempio che ogni epoca storica e quindi ogni tipo di società e di cultura, abbiano fatto sì che si sviluppassero al loro interno delle malattie o sofferenze sia mediche che psicologiche tipiche di quella società e di quella cultura. Per esempio nell’ottocento e anche nella prima metà del  novecento un tipo di sofferenza psicologica era l’isteria. In questo secolo è un problema non più riscontrabile come all’epoca. Questa seconda metà del nostro secolo invece, sembra caratterizzata dall’emergere di tutta una serie di disturbi d’ansia. E’ possibile individuare all’interno di queste categorie (sociali, culturali economiche ed antropologiche) cause e concause del fenomeno oggetto di osservazione. Molto probabilmente si è voluto connotare questo nuovo termine con caratteristiche e aspetti problematici e disfunzionali, non fosse altro che per la creazione della parola ortoressico sul calco (come per i canoni estetici greci) della già nota “anoressia nervosa”, attribuendole appunto un significato di iper-controllo nella immissione di alimenti e della propria nutrizione. In altri casi si parlerebbe probabilmente di “educazione alla salute” e più precisamente  di “educazione alimentare”.
Un tentativo di analisi.

 

 

Le condizioni necessarie al verificarsi del fenomeno ortoressia possono considerarsi intermini di genesi esterna ed interna, e di complessa interazione fra le due condizioni sopra citate. Se il senso di minaccia è la indispensabile dinamica interiore le altre due
condizioni si sviluppano nell’ambiente esterno: -un relativo benessere economico (sia nella dimensione macroeconomica che in quella di habitat particolare) e un universo informativo (dall’ambito famigliare al villaggio globale) estremamente ricco di dati. Anche il tempo a disposizione si può definire una ricchezza esso stesso – oltre che  una conseguenza in termini di tempo liberato grazie alle disponibilità economiche -: basti pensare agli elettrodomestici  e alle collaboratrici famigliari per comprendere come ciò permetta maggiormente di dedicarsi di più a se stessi. Ma tutto ciò che appartiene all’ambiente esterno socio-economico ha una dimensione temporale in senso diacronico. Non tutto sempre è stato così! Per l’ortoressia in particolare il riferimento storico diacronico è insurrogabile: solo in tempi relativamente recenti possiamo infatti parlare di semeiotica del fenomeno.
Se non ci fosse un relativo benessere che permette all’individuo di poter scegliere qualità e quantità dell’alimentazione (sia nel prodotto che nel processo) risulta evidente che non si potrebbe parlare di alcunchè di significativo.
Nel Medioevo una famiglia di contadini assai raramente poteva permettersi di distinguere il commestibile dal gusto per la continua impossibilità di nutrirsi a sufficienza. L’inverno era la stagione della fame e delle malattie e solo l’arrivo della primavera offriva una qualche speranza di salvezza con lo spuntare di bacche e piante raccogliticce. Ma la condizione dei contadini (vale a dire della quasi totalità della popolazione di un Paese come l’Italia che è stato agricolo fino all’ultima guerra) è rimasta pressocchè immutata dall’Ottocento al terzo decennio del Novecento.
 Solo dopo la seconda guerra Mondiale con la larga meccanizzazione dell’agricoltura e lo sviluppo dell’industria alimentare è stata data in Europa la vera possibilità di sfamarsi abbondantemente.
A ben vedere anche le classi dominanti –comunque una minoranza- (feudatari nel Medioevo e borghesia ottocentesca) non avevano in realtà una consapevole possibilità di scelta vincolati come erano al costume alimentare tradizionale.
Recentemente invece le due condizioni (benessere ed informazione) subiscono un’accelerazione impressionante: il flusso informativo si fa totalizzante con l’ esplosione dei mass-media che hanno reso il mondo un villaggio globale.

 

 

Pubblicità, divulgazione scientifica, cronaca giornalistica, riversano continuamente dati ed informazioni alimentari individuando –e talvolta proponendo- modelli comportamentali (riferiti a immagini ideali) e concezioni ideologiche.
Nell’età antiche la connotazione alimentare era solo una marca di status sociale  (è
proprio del signore mangiare selvaggina e bere vino), oggi si riferisce ad ogni scuola di pensiero (salutista, progressista, carrierista, classista, edonista ecc.). Così pure l’industria alimentare il marketing e la distribuzione permettono a larghi strati della popolazione di scegliere qualità e quantità del prodotto (alimenti) e del processo (approvvigionarsi, cucinare, consumare) nutrizionale.
A larghi  strati ma non a tutti: ci sarà comunque una differenziazione in termini economici, culturali e di disponibilità temporale (si pensi solo all’accesa disputa “fast/slow food”).
Le risorse, appunto.

 

DIMENSIONE INTERIORE

Consideriamo ora alcune possibili condizioni interne. Relativamente alle condizioni interne, che possono creare e strutturare nel tempo un comportamento disfunzionale cosiddetto ortoressico non possiamo postulare con precisione alcunchè (ammesso che questo sia possibile con altri fenomeni comportamentali e psichici).
L’atteggiamento mentale del ricercatore dovrebbe essere caratterizzato da un continuo dubbio come consigliava Descartes e dalla continua ricerca di disconferme alle ipotesi appena formulate. Le condizioni  interne qui presentate sono prese in considerazione come stimolo  futuro ad una serie di filoni di ricerca nuovi per la descrizione e la comprensione del comportamento cosiddetto ortoressico. E’ bene sottolineare che alcune di queste condizioni sono abbastanza note agli studiosi del settore poichè interessano probabilmente altre disfunzioni del comportamento oro-alimentare come quelle sopracitate.
Avendo connotato il termine ortoressico di una dimensione “patologizzata” o quanto meno “problematica”, riguardo ad  un iper-controllo probabile della quantità e qualità degli alimenti e del nutrimento immesso nell’organismo una domanda  è lecita  (viste tutta una serie di conoscenze oramai in qualche modo acquisite): che cosa l’individuo iper-controlla oltre la quantità e la qualità del suo nutrimento? Qual’è la natura dell’ alimento 

 

o cibo nutritivo  coinvolto in questa azione iper-controllante? Il cibo (e questo è ormai noto) ha sì una valenza nutritiva, ma non solo per il corpo anche per la mente. Alcuni ricercatori (Bowlby; Harlow; Hofer;) hanno da tempo evidenziato in campo sia etologico che psicologico, già nella prima relazione  di cura adulto-bambino, la necessità di un contesto e di uno scambio affettivo positivo parallelamente all’atto nutrizionale del cibo. Noti sono per esempio a questo proposito, gli studi di Harlow con alcune specie di scimmie. Esiste quindi la possibilità che il cibo e la  nutrizione veicolino  significati e valenze affettive, emotive e relazionali; oltre a queste – come ci dicono gli studi antropologici - anche valenze di tipo sociale, etnico, edonistico e religioso. Queste dimensioni possono essere oggetto di controllo, e quindi gestite più o meno consapevolmente da ogni individuo o gruppo sociale all’interno del proprio habitat di vita. E’ possibile quindi controllare la quantità di cibo/emozione di cui ci si nutre o ci si vuole nutrire? Oppure, nutrendosi appunto di cibo/emozioni buone, iper-controllare e immettere nel proprio organismo valenze e significati spiritualmente elevati come pure  valori edonistici socialmente accettabili per sentirsi più o meno vicini ai vari gruppi etnici?
Di quali sensazioni, emozioni, cognizioni,  convinzioni, immagini e aspettative ci nutriamo nell’atto di portare alla nostra bocca del cibo/nutrimento?  scomponendolo per metabolizzarlo e farlo divenire parte di noi stessi “agiamo” così ciò che gli è stato in qualche modo attribuito? Mangio dunque sono. Questo vuol dire che se mangiamo cibi che riteniamo sani ci sentiamo in qualche modo sani noi stessi. Se al contrario mangiamo cibi per esempio geneticamente modificati e che, riteniamo poco sani o naturali, potremmo metterci nelle condizioni di sentirci poco sani, dando così adito a varie paure.
 Si insinua quindi l’idea di poter divenire la stessa sostanza introdotta nell’organismo, il suo valore emotivo, affettivo, sociale, spirituale, la sua valenza simbolica? C’è forse in questo anche un primitivo modo di pensare - cosiddetto magico - che ha a che fare, secondo la psicanalisi, con l’imitazione del mondo esterno mediante l’incorporazione orale? C’è in questo  forse quel processo già descritto da S. Freud e dalla psicanalisi successiva noto come l’ introiezione orale?
Sappiamo per esempio quanto la psicanalisi abbia sottolineato l’importanza dell’organizzazione orale dell’energia libidica . L’organizzazione orale della libido è quindi una delle prime fasi fondamentali, per lo sviluppo dell’individuo, dell’io e del senso di realtà. E’ un momento importante per la possibilità di strutturare una relazione con la realtà esterna e di conoscerla,  relazione veicolata appunto da bisogni pulsionali come il

 

 

cibo e il nutrimento articolati almeno in due  funzioni: della suzione prima e della scomposizione-masticazione poi. Già questi distinti momenti maturativi apportano all’organismo del bambino diversi evidenti  benefici: la possibilità per esempio di scomporre il cibo, ridurlo in parti sempre più piccole e distruggerlo permette un migliore assorbimento  dello stesso,  ma, al tempo stesso, comporta, ad esempio, un cambiamento nella percezione della realtà e nella sua stessa comprensione. In tal senso l’analisi di questa fase di organizzazione della libido potrebbe continuare ulteriormente.
I momenti  maturativi di questa fase potrebbero contribuire a creare, o divenire punti di innesto di problematiche psichico-comportamentali nella direzione di un comportamento cosiddetto ortoressico del soggetto?
L’analisi a questo punto si amplia e chiama in campo di conseguenza un altro concetto (per non dire  fenomeno) fondamentale che è quello dell’identificazione. La psicanalisi individua diversi momenti maturativi ed evoluti di questo fenomeno che si sviluppa a sua volta in diversi passaggi  fondamentali per la strutturazione e la evoluzione dell’apparato psichico e della coscienza. Ma per la nostra indagine sulle possibili condizioni  interne al soggetto ortoressico possiamo limitarci a parlare di identificazione come il processo per cui l’individuo si appropria di  caratteristiche, elementi e qualità di un oggetto esterno (nel caso del bambino le importanti figure che di lui si prendono cura). La ricerca psicanalitica, nei processi di costruzione dell’apparato psichico e delle sue diverse istanze (tra cui l’Io) evidenzia una stretta relazione se non una coincidenza almeno iniziale tra identificazione-imitazione e introiezione orale.
Anche le successive identificazioni secondarie, dal punto di vista dell’approccio psicoanalitico, ripetono una identificazione primaria di carattere arcaico. L’identificazione primaria è caratterizzata da una non rappresentazione dell’oggetto esterno all’interno dell’apparato psichico, per cui il comportamento istintivo ed il comportamento dell’io non si differenziano l’uno dall’altro.  Un esempio di questo fenomeno è ciò che S. Bernfeld (1928) descrive; un tentativo primitivo di padroneggiare gli stimoli troppo intensi per l’apparato psicofisico nei primi anni divita è quello dell’imitazione che l’io primitivo fa di quanto percepisce. Questi dati sono confermati da K.Goldstein (1942) su pazienti affetti da lesioni cerebrali.

 

 

 

Questa primitiva imitazione del percepito diviene una specie di identificazione.
Un altro esempio (una specie di identificazione) è dato dal desiderio del bambino di mettere in bocca oggetti del mondo esterno. La prima realtà è ciò che si può inghiottire; all’inizio riconoscere la realtà  significa  giudicare se qualcosa può essere inghiottito o sputato.
Le reazioni quindi di imitare quanto si è percepito e l’introiezione per via orale sono molto vicine e costituiscono comunque tentativi in qualche modo di identificazione con qualcosa d’altro. Le identificazioni così come sono state studiate all’interno del modello psicoanalitico, hanno una parte molto importante nel processo di costruzione dell’io ulteriore, la cui natura, dunque, dipende dalle personalità di coloro che circondano all’inizio il bambino. Il mondo esterno ha quindi una funzione importante, si rileva come elemento fondamentale, vale a dire strutturante nel funzionamento della personalità del futuro individuo. L’imitazione e ancor di più l’introiezione per via orale sono tentativi di far fluire parti del mondo esterno nell’io identificandosi successivamente con esse. Sappiamo poi dell’importanza che riveste il processo di identificazione in altri momenti dell’evoluzione psichica degli individui: per esempio durante il lungo arco dell’adolescenza. In questo periodo si verificano movimenti psico-dinamici interni orientati a strutturare in modo sempre più “definitivo” (secondo alcuni filoni di ricerca psicologica) i modelli comportamentali e il funzionamento della personalità nella sua interezza e insieme la relazione con il mondo esterno.
Allora, una condizione interna caratterizzata da una instabilità nei processi di identificazione e di individuazione e una problematica relativa all’area dei disturbi dell’identità possono manifestarsi, fenomenologicamente parlando, con un comportamento cosiddetto ortoressico. Così pure, una fissazione, e quindi regressione, a fasi e stadi evolutivi precedenti  (ad esempio orale) e una relazione con l’oggetto esterno intesa come gestione della realtà esterna dagli studi psicanalitici possono avere esiti analoghi. Quindi, i processi prima citati (che la clinica psicanalitica ha rilevato  ed elaborato all’interno delle varie fasi evolutive) possono divenire dei punti di innesto di patologie, o disfunzioni future nell’organizzazione della personalità, e interessare una fenomenologia nell’area del comportamento alimentare e del rapporto con il cibo? Quando si parla di fissazione e regressione è possibile riscontrare processi psico-dinamici, e

 

 

 

modelli di funzionamento intrapsichico, relativi a periodi così arcaici per cui l’individuo con una disfunzione cosiddetta ortoressica ritorna appunto ad un modello di gestione della realtà attraverso il cibo e le sue valenze nutritive?
Sappiamo ancora come, nella fase della vita definita adolescenza, il cibo e il rapporto con il nutrimento assuma per esempio valenze di tipo manipolativo. Cosa potrebbe voler manipolare? Aspetti interni come i cambiamenti fisici ogni volta, come i bisogni, nuovi, diversi e intensi? Oppure più esplicitamente aspetti esterni della realtà, come per esempio i  rapporti con i genitori o comunque con il clan famigliare? La letteratura è copiosa ad  esempio per ciò che riguarda i bisogni dell’adolescente di  modificare, controllare, cambiare; di essere riconosciuto e accettato; di essere simile o uguale ad un  modello ideale altro da sè: bisogni di idealismo e di concretezza.
Il cibo ed il nutrimento come momento di scambio inter-relazionale tra una realtà interna  ed una esterna all’individuo è confermato anche da un altro filone di ricerche, sempre in ambito psicanalitico, e da una ricercatrice come la M. Klein (1948; 1952; 1969). Secondo questa autrice, si individua una prima fase orale (che essa definisce schizo-paranoide) in cui il bambino impara a distinguere tra oggetto buono e oggetto cattivo (potremmo dire cibo buono e cibo cattivo?). In questo processo comunque si va oltre la stretta problematica della commestibilità: si tratta in realtà di operazioni che si svolgono su un piano semantico più generale e che coinvolgono quindi il sistema simbolico del soggetto.
         In questa prima scissione dell’oggetto in buono e cattivo la psicanalisi intravede la necessità di fronteggiare e controllare lo stato di angoscia.
Una modalità di questo  tipo potrebbe interessare il comportamento cosiddetto ortoressico? Si tratterebbe di una modalità arcaica di gestione e fronteggiamento di uno stato di angoscia, o di uno stato di ansia all’interno di una problematica per esempio esistenziale, o di un quadro più  apertamente  clinico. E’ possibile riscontrare tale modalità in un soggetto adulto ( per questo con aspetti regressivi) interessato da un comportamento alimentare disfunzionale come dovrebbe essere quello ortoressico?

 

 

 

 

 

PROSPETTIVA ETOLOGICA

Un’altra via per la ricerca , che sembra  interessante, è l’arricchimento (se non la disconferma)  delle ipotesi psicanalitiche con l’avvento degli studi e le ricerche etologiche; sopratutto in alcuni ambiti del comportamento umano. Questa possibilità evidenzia apertamente una più forte correlazione tra il singolo soggetto ed il proprio ambiente, a cominciare dall’ambiente materno  o del care-giver. In questo modo viene sottolineata la dimensione relazione anzi di inter-relazione nel processo maturativo ed evolutivo dell’individuo; e quindi in modo particolare anche del comportamento oro-alimentare. Questi studi definiscono il complesso dei comportamenti relazionali all’interno di una categoria più ampia dell’attaccamento.
Con il primo approccio psicoanalitico si metteva in evidenza tutta una serie di trasferimenti semantici, legati a fasi come quella dell’incorporazione, dell’aggressività orale, ecc. appunto con questo nuovo concetto di attaccamento. Si sottolinea invece una interazione complessa con delle componenti, come detto,   relazionali. Si può quindi parlare a questo punto di uno sviluppo di sistemi di relazione con l’ambiente. Oltretutto l’ambiente, in questo nuova visione, viene ad assumere un valore anche causale e strutturante di comportamenti disfunzionali in genere e nello specifico, quindi, anche di tipo alimentare.
Possiamo dire che si fa luce sul rapporto pulsione-organizzazione della vita relazionale che non è solo contemporaneo ai diversi momenti fasici individuati dalla dottrina psicoanalitica, ma occupano tutto lo spazio intermedio fra di essi. Quello che la teoria dell’attaccamento sottolinea sembra banale ma non lo è:  l’io può anche non essere in grado di gestire le sue componenti pulsionali, anche perchè non impara a crescere nella vita relazionale.
Interessanti in proposito  sembrano gli studi clinici  nell’ambito dell’approccio gestaltico, che non fanno altro che confermare che  il processo di scomposizione,  elaborazione ed assimilazione del nutrimento non  sia altro che  l’espressione parallela di un funzionamento psico-fisico e spirituale dell’organismo immerso nel suo  ambiente di

 

 

 

vita. Viene da chiedersi quindi a questo punto  se non sia il caso di spostare l’indagine   anche su un versante più strettamente psicologico, per verificare come un determinato soggetto interessato da un comportamento ortoressico si relaziona ad alcuni aspetti della realtà; per esempio, cosa e quanto controlla del suo mondo emotivo? Cosa e quanto controlla della sua personalità e delle sue relazioni affettive con gli altri? Fare attenzione o meglio iper-controllare quantità e qualità del proprio nutrimento biologico significa ipercontrollare se stesso? In cosa e come? In quali aspetti, siano essi  reali e/o concreti,  questa dinamica acquista un senso nella sua esistenza? Ogni persona inoltre, all’interno delle condizioni del proprio contesto culturale e ambientale, sviluppa dei comportamenti problematici, dei sintomi, che rappresentano comunque uno sforzo ed una volontà di adattarsi a quelle condizioni. Possiamo dire che crea in qualche modo, un comportamento che rappresenta la cosa migliore che poteva fare, premesse alcune condizioni. E’ anche per questo che l’ortoressia non va necessariamente compresa solo come “disfunzione” o “patologia”, ma anche come lo sforzo creativo della persona di adattarsi a delle condizioni ambientali  schiaccianti e non immediatamente modificabili. Anche  filoni di ricerca in ambito psico-fisiologico confermano queste ipotesi, per cui la capacità di assunzione, di masticazione, di scomposizione del cibo, siano il
versante più strettamente biologico di una più ampia operazione psico-fisica. L’indagine sugli aspetti semiologici e semantici di questi processi biologici può far luce sulle altre dimensioni interne come quella  psichica e spirituale dell’individuo?
C’è anche da chiedersi inoltre, per le accurate indagini in ambito neuro-fisiologico a cui si è arrivati oggi, quali tipi  di strutture e soprattutto quale relazione dinamica si instaura tra i diversi centri nervosi coinvolti nella elicitazione e gestione del comportamento oro-alimentare in un individuo ortoressico? Quali aree nervose e neuro-vegetative e quale il biochimismo di una situazione ortoressica? Quale fisiognomica interessa l’individuo ortoressico?........................................................

........................................................................................................... 

CONSIDERAZIONI FINALI---

E’ certamente una necessità degli esseri viventi distinguere e catalogare per conoscere; come pure quella di dare un nome ed una forma agli oggetti e ai fenomeni che ci circondano ed interessano.
La medicina, la psichiatria e la psicologia (e comunque ogni  ramo della conoscenza) utilizzano un approccio di classificazione degli eventi fisici, psichici e comportamentali di tipo tassonomico, dedotto dalla biologia. Ma questa modalità può avere un  valore estremamente relativo (visti i presupposti sui quali si fonda) o, in alcuni casi, fuorviante per  la conoscenza stessa,  facendo  incorrere in gravi errori. Sembra

 

molto utile non adottare in modo esclusivo questa modalità ma poterla affiancare ad altri processi di conoscenza e comprensione.  
La diagnosi di una possibile disfunzione ortoressica diventa complessa, ma non più di altre problematiche, disfunzioni e patologie psichiatriche e psicologiche.
Una diagnosi ed una valutazione psicologica di questo comportamento richiederebbe sicuramente una considerazione dei diversi piani di realtà e di  tutte le loro sfaccettature; si è detto delle circostanze interne, esterne, e della dimensione di minaccia. Si è potuto
osservare come tali verifiche si articolano ulteriormente al loro interno, correlandosi in modo sempre più complesso e questo non solo per  la  serie di relazioni circolari tra i diversi piani ed aspetti, ma per la complessità della natura stessa del fenomeno, che 
si potrebbe dire in parte inconoscibile.
Dilthey W.(1883) ha in qualche modo separato le scienze dello spirito (idiografiche) dalle scienze della natura (nomotetiche).
Le prime provano a penetrare la logica interna dell’agire umano, le seconde al contrario individuano caratteristiche generali e costruiscono tassonomie. Da un punto di vista clinico è molto importante utilizzare un pensiero (nomotetico) che stabilisce costanti
e relazioni; mentre sul versante riabilitativo e terapeutico medico, ma soprattutto  psicologico, è più congeniale l’atteggiamento (idiografico) in grado di comprendere la specificità dell’individuo e del suo malessere.
Quanto queste due fasi (clinica e terapeutica) si condizionino a vicenda è un altro livello di discussione e piano di ricerca. Altri ancora distinguono un pensiero “divergente” da un pensiero “convergente”, che connotano i vari momenti diagnostico e terapeutico.
Alcuni altri studiosi postulano - ma questo per la diagnosi psichiatrica e psicologica - la tecnica di auto-caratterizzazione e quindi l’importanza dell’auto-diagnosi da parte del cliente (G.A. Kelly, 1955)
Comunque sia, queste posizioni possono risultare differenti, ed essere di  stimolo per la creazione di modalità di conoscenza nuove,  più vicine alla realtà di benessere o malessere di ogni individuo.
Per ultimo va ribadita l’importanza della  ricerca di un equilibrio dinamico tra i vari fattori esterni ed interiori,  - con tutte le loro articolazioni – e considerare il valore specifico, individuale  che gli stessi fattori assumono in quanto cause e concause nel provocare uno squilibrio psico-fisico al soggetto interessato da una disfunzione ortoressica. Anche per il problema  ortoressia il processo di costruzione diagnostica deve dunque compiere una completa rielaborazione di tutti i sottostanti processi che permettono  la conoscenza del fenomeno. E’ per esempio il caso di ricordare, che ogni

società e cultura fabbrica al suo interno problematiche e  sintomi tipici che la  distinguono da altre società ed altre culture. All’esempio sopra citato – cioè facendo riferimento alle diverse epoche storiche – dobbiamo tenere presente che una problematica di questo tipo come l’ortoressia, è sicuramente difficile riscontrarla in continenti come
l’Africa o nel continente Asiatico,  quindi in quelle aree più depresse economicamente, e dove le condizioni del luogo si allontanano molto da quelle tipiche consumistiche occidentali che conosciamo. Possiamo dedurre quindi –da ciò che è stato ampiamente trattato anche rispetto ad epoche storiche come il medioevo – che ogni società e cultura fabbrica delle problematiche e dei sintomi che comunicano, le caratteristiche del tipo di sociale e  culturale all’interno della quale si sono generati. E’ possibile quindi fare uno studio anche a ritroso, cioè partire dalle caratteristiche e dallo studio dei fenomeni problematici e dei sintomi per poter arrivare a delineare il tipo di struttura sociale ambientale e culturale in cui questi si situano.

 

__________________________________________________

________________________________________

 

VOGLIO UN CAVALLO PER AMICO

dr. Francesco Montefinese

- Annuario enciclopedia medica 2004 sezione psicologia -

_________________

Nelle medicine dei popoli primitivi, gli animali hanno sempre avuto un ruolo terapeutico che sembrava essere scomparso nella nostra era  della cosiddetta medicina scientifica. Ma oggi, grazie alla riscoperta della natura, per la prima volta si sta ri-valutando il ruolo degli animali familiari, nella cura e nella prevenzione delle malattie umane, con un intervento che si basa soprattutto sull’affetto e sul rapporto inter-personale tra l’uomo e l’animale. A questo nuovo approccio, oggetto di numerose ricerche, è stato dato il nome di pet-therapy, (in italiano Uso terapeutico degli animali da compagnia, - UTAC).
Il gran numero di animali citati nella mitologia e i numerosi dipinti di domesticazione degli animali, di bisonti saltellanti e cavalli al galoppo scoperti nelle caverne di Altamura, - per citare soltanto uno di tali siti - provano l’evidenza che l’interazione tra l’uomo e l’animale in realtà è sempre esistita, già a partire dall’era Paleolitica.
Da tutte le tracce  ritrovate  e dalla lettura data ad esse si può dire che l’uomo preistorico cacciava i primitivi cavalli selvaggi per la carne e la pelle - quest’ultima per vestirsi e proteggersi -. Si considerino intanto alcuni dati relativi all’evoluzione del cavallo dalla sua comparsa, per iniziare a conoscerlo un pò meglio. L’evoluzione del cavallo è stata studiata in dettaglio e, a differenza di molti altri animali, è stata ricostruita la sequenza quasi completa di fossili che lo documentano. I primi mammiferi che possono essere considerati antenati del cavallo sono i Condylarthra. Queste creature apparvero 75 milioni di anni fa e sono i progenitori di tutte le creature munite di zoccoli. Avevano la dimensione di una volpe (36 cm alla spalla). Sul nostro pianeta si sono da sempre succeduti cambiamenti climatici di vasta portata, e con essi cambiamenti nel suolo, nella vegetazione, nella possibilità di ripararsi da intemperie ed aggressioni; da questi derivò allora una serie di cambiamenti di abitudini di molte creature  necessarie alla sopravvivenza, tra le quali i mammiferi prima citati. Questi grandi cambiamenti hanno necessariamente indotto in milioni di anni modificazioni nella struttura e nel funzionamento di questo primo mammifero sia a livello intellettivo-sensoriale che fisico, fino alla comparsa nel periodo preistorico del Miocene del primo antenato del cavallo il Pliohippus.
E mentre il genere Homo evolveva fino alla specie Homo Sapiens il Pliohippus del Miocene (da 7 a 2 milioni di anni or sono) diveniva poi l’Equus  dando vita a  sua volta a forme differenti. Sembra possibile che queste variazioni (strutturali e funzionali oltre che di abitudini di questo animale) siano state tutte provocate per lo più da variazioni ambientali, a seconda se si adattavano a vivere in un ambiente caldo e umido della palude, o nel clima caldo e torrido di steppe e semideserti, o nell’aspro e rigido ambiente montano. Sulle pareti delle grotte preistoriche si trovano cavalli raffigurati mentre corrono e saltano liberi e selvaggi, così come erano a quel tempo.
Sembra inoltre che i primi contatti fra uomini e cavalli siano avvenuti nell’Asia centrale, anche se il momento in cui il cavallo fu addomesticato non è precisabile. Si pensa che a catturare delle puledre siano state per prime le tribù nomadi delle steppe, che le utilizzarono dapprima per i lavori e poi anche per altri bisogni come il cibo   e svilupparono così delle prime forme di allevamento di questo animale. Di tutto ciò  abbiamo poche e mal sicure tracce. Le prime tracce invece di cavalli montati dall’uomo vengono dalla Cina e risalgono più o meno al 4000 a.C., allorché si venne a sapere di guerrieri a cavallo che attraversavano la frontiera del Nord. Usavano il cavallo come fonte  di cibo e per la guerra.    Con il passaggio dalla caccia all’agricoltura come principale attività produttiva dell’uomo, il cavallo ha assunto un’importanza ancora maggiore  come aiuto al lavoro umano. Nelle varie epoche storiche l’utilizzo di questo animale è ogni volta diverso e varia a seconda delle esigenze degli uomini e delle culture così come varia il rapporto intrattenuto con esso. Per esempio nel  Medioevo cavallo e cavaliere diventano un’unica  “macchina da guerra”  con corazze e lance. Nel mondo delle corti è simbolo di potere, nobiltà e ricchezza, che si esprime anche in raffinati finimenti e complesse bardature. E’ mezzo di cambiamenti radicali dal punto di vista della produzione agricola per l’impiego che se ne fa nei campi. Poi, con l’Ottocento e soprattutto il Novecento, con lo sviluppo dell’industrializzazione e dei nuovi mezzi di locomozione che ne eliminavano la necessità in ogni campo del lavoro dell’uomo, il cavallo conquista nuovi spazi e torna ad essere guardato soprattutto dagli artisti, come una forma su cui lavorare, un soggetto da re-inventare, un animale simbolico carico di espressività. Volgendo lo sguardo ai tempi attuali il cavallo è sicuramente stato scoperto come momento di svago e divertimento, utilizzato per lo sport e l’agonismo. E’ possibile intuire in questi brevissime e fuggenti linee storiche che le varie necessità stimolate da fattori sociali e culturali, hanno da sempre  determinato e determinano l’utilizzo ogni volta diverso di questo animale e la comunicazione ogni volta nuova con esso. Anche nella medicina, sin da tempi antichi al cavallo  è stato riconosciuto un suo posto ed una sua funzione per la salute  dell’uomo e nella cura di alcuni  dei suoi mali.

 

L’utilizzo del cavallo ai  fini sia terapeutici che pedagogici, risale a molti secoli or sono.  Sono diversi i medici e gli studiosi che si cimentano in questa direzione. Alcuni esempi. Già i maestri Ittiti (popolo orientale che si situava tra la Mesopotamia e la attuale Turchia, intorno al 3000 a.C.) scrivevano dell’uso generale della disciplina equestre nella educazione dei giovani. E Ippocrate di Coo, nel 458-370 a.C. consigliava – nel Libro delle diete – il moto a cavallo per la risoluzione dei problemi di insonnia. Nel 1734 Carlo L. Castel un abate, inventa la sedia vibrante nel tentativo di riprodurre il movimento e le stimolazione  ricevute dal dorso del cavallo, usata anche dal filosofo Voltaire. Nel 1782 un certo Zander afferma che le vibrazioni di 180 oscillazioni al minuto, così come può accadere sul dorso del cavallo, stimolano in modo particolare alcune parti del nostro sistema nervoso centrale. Anche in Italia nel 1772 G. Benvenuti scrive sugli effetti benefici del moto  a cavallo. Più vicina ai nostri tempi una amazzone Danese Litz Hartl vince le olimpiadi di Dressage (disciplina sportiva equestre) nel 1952 e nel 1956, affetta da paraplegia. Sono comunque i Paesi Scandinavi ed Anglosassoni che  iniziarono una utilizzazione del cavallo e della equitazione per fini riabilitativi. Nel 1965 in Francia nasce la Riabilitazione Equestre grazie a due studiosi francesi ed a una loro prima  pubblicazione divenuta oggi un manuale fondamentale per lo studio di questa tecnica riabilitativa. In Italia nel 1976 il dott. Luciano Cucchi dell’Ospedale Niguarda di Milano  e la dottoressa Danièle Nicolas Cittterio iniziano una attività equestre finalizzata alla rieducazione. Poi viene fondata l’A.N.I.R.E. (Associazione nazionale italiana Riabilitazione Equestre)e molto è avvenuto sia nella direzione di un  riconoscimento scientifico  e tecnico che della formazione di operatori della Riabilitazione Equestre. Sin dall’epoca delle primitive incisioni il cavallo è tra gli animali più raffigurati nei disegni, nei dipinti e nelle sculture a partire dalle immagini della mitologia. Sappiamo come le arti figurative e la struttura narrativa del mito  danno significato alla nostra esistenza quotidiana più di quanto noi non crediamo Anche  il nostro rapporto con gli animali, a partire da quelli di compagnia (come il cavallo) è intriso sempre di sensazioni estetiche, piacevoli, di richiami  a elementi mitizzanti e mitizzati. E ancora una volta si può dire che i significati universali che l’uomo ha attribuito al cavallo nelle diverse forme artistiche e nella mitologia appunto, è possibile ritrovarli nelle relazioni quotidiane che intratteniamo ogni giorno con essi. E questo accade anche nell’uso terapeutico, o piuttosto educativo del cavallo.

 

 

Si arriva così alla “Terapia con il mezzo del cavallo” (TMC)
Essa si può considerare come un complesso di tecniche ri-educative agenti per il superamento del danno sensoriale, cognitivo e comportamentale attraverso un'attività ludico-sportiva che ha come mezzo il cavallo. Questo complesso di tecniche utilizza necessariamente il rapporto che si stabilisce tra la persona ed il cavallo. La TMC oramai non  necessita più di dissertazioni e dimostrazioni: in questo settore alternativo della riabilitazione in psichiatria nei vari convegni anche internazionali sono stati messi in evidenza una conoscenza,  un corpus teorico e applicativo ed un movimento di ricerca indiscutibili.
Si è ormai raggiunto uno stadio nello sviluppo della riabilitazione equestre che sta superando ogni aspettativa.
La TMC si è qualificata a tutt’oggi come mezzo terapeutico-riabilitativo, per il quale è in discussione il riconoscimento da parte del Sistema Sanitario Nazionale (riconoscimento che è stato già accettato in alcune regioni). Inoltre sempre un maggior numero di professionisti ed istituzioni, anche universitarie, è dedito al settore e vengono organizzati corsi allo scopo di far nascere nuove e specifiche  figure professionali. La TMC è una 
 adatta per ogni età e per le più svariate situazione problematiche che interessano la persona. E’ comunque necessario valutare  ogni problema ed ogni situazione personale come a se stante, poiché anche questo tipo di terapia ha delle contro-indicazioni.
Una prima variabile molto importante e alquanto complessa è l’ambiente di attuazione della TMC. La TMC avviene in un circolo ippico,  in cui sono presenti altri cavalli, spesso altri animali da campagna (cani compresi che qualche volta fanno  da mascotte), ed uno sfondo che è campestre, assolutamente naturale e molto ampio. Un contesto questo che racchiude al suo interno un’area   più circoscritta e perimetrata (cosiddetto maneggio o rettangolo da lavoro) che rappresenta in parte  il setting in cui viene attuato prevalentemente l’intervento con il cavallo. Questa è una situazione che supera il noto ambiente riabilitativo chiuso e piuttosto invariabile che tutti noi conosciamo in qualche modo, e mette il soggetto in una situazione sicuramente più ampia, quindi più stimolante tutti gli apparti sensoriali: la vista, l’olfatto, il tatto, la motricità.  In questo contesto il soggetto (più o meno disabile  che sia), è più stimolato a divenire protagonista dell’azione terapeutica o anche educativa mediante la presenza attiva di tramiti come appunto  il cavallo e l’operatore, oltre che l’ambiente in cui è inserito, dai quali afferisce slanci emozionali, opportunamente integrati con la sua problematica.
Questo nuovo rapporto tra la terapia e l’ambiente offre la possibilità alla persona e agli addetti ai lavori di superare quel dualismo “mente/corpo” e “sano/malato”. L’intervento non può essere segmentato per esempio su un aspetto piuttosto che un altro della persona, ma prende in considerazione la persona in situazione di handicap nel suo complesso e in interazione con l’ambiente di intervento. Questo vuol dire in un ottica complessa, globale, ecologica.  La persona può così uscire dal suo “box” per sperimentare attivamente e creativamente in contesti reali, “naturali” dove più che “riabilitarsi” apprende delle abilità. Anche semplicemente dare la possibilità al soggetto di  esplorare questo ambiente a cavallo con altri è molto importante, per esempio permettendogli di lavorare con altri, o ancora di andare a fare delle passeggiate a cavallo  con altri dopo l’ intervento terapeutico, per condividere il piacere di questa attività e di questo rapporto con l’animale. In  questo modo l’intervento è anche demedicalizzato e favorisce maggiormente l’acquisizione di abilità. In questi termini la TMC è un intervento globale  che agisce quindi sia a livello motorio sia psicologico che socio-relazionale grazie ad un contesto arricchito in cui il cavallo normalmente vive. In questo modo  si dà semplicemente alla persona la possibilità di vivere  un sentimento di libertà insieme con altre persone; di padronanza di sé,  di ri-appropriazione fisica e psicologica  del mondo circostante e del proprio posto in tale mondo. E’ intuibile  che sperimenterà comunque  un ampliamento dei livelli di attività e di autonomia, per arrivare a esprimere i suoi potenziali normali e positivi e a promuovere realmente un affrancamento dalla situazione di handicap che lo riguarda.
Viene da chiedersi perché proprio il cavallo? Bene:

    • perché il comportamento del cavallo, sempre consequenziale e coerente rispetto alle proprie regole conosciute in etologia, conferisce autenticità alla relazione con la persona;
    • perché andare a cavallo, a qualsiasi andatura, vuol dire mettere in gioco numerosi gruppi muscolari e poter intervenire in svariati campi della psico-fisiologia e psico-motricità della persona: attraverso l’equilibrio, l’equilibrazione e compensazione, allineamento e raddrizzamento, coordianazione e dissociazione, tono e rilassamento, ecc.;
    • perché il cavallo è un essere vivente che si muove e nel quale si possono riconoscere anche le qualità necessarie a soddisfare i bisogni fondamentali di attaccamento della persona stimolati dal calore, dall’odore, dai movimenti ritmati e regolari, e dallo  sguardo  del cavallo;
    • perché  andare a cavallo è consentire ed autorizzare i contatti corporei più stretti ed intimi,  offrire cure, carezze e massaggi e ricevendone in cambio manifestazioni di piacere;
    • perché il cavallo è  estremamente sensibile al dialogo tonico ed è estremamente ricettivo verso tutto quello che è relazione e comunicazione, soprattutto tonica e gestuale;
    • perché il cavallo è un essere che ha emozioni proprie, con il quale non si può fare una cosa qualsiasi, come con un  oggetto inerte, ma che ha dei bisogni nei quali ci si può riconoscere e non ultimo quello di essere rassicurato;
    • perché il cavallo è facilmente condizionabile, senza per questo perdere la propria personalità;
    • perché andare a cavallo è lasciarsi trasportare da un essere che offre situazioni proiettive e simboliche, che favorisce l’immaginario e il gioco creativo, e che permette di essere con lui nel movimento del va e vieni fra il reale,  l’immaginario ed il simbolico.............................(..).

    Le ricerche  in merito all’utilizzo del cavallo nella terapia e nella riabilitazione stanno quindi accumulando sempre più precise informazioni sulle modalità di azione di questa forma di intervento. Conoscere bene i cosiddetti “meccanismi di azione”, (cioè come agisce la relazione con il cavallo sul benessere psico-fisico della persona) per mette una migliore applicazione ed efficacia. Possiamo sintetizzare tali modalità nei seguenti meccanismi:
    Meccanismo Affettivo-Emozionale
    E’ forse il più importante meccanismo d’azione salutare nell’ambito del rapporto uomo-animale e sul quale si basa gran parte delle applicazioni della pet- therapy. Di tipo affettivo, questo meccanismo ha una più o meno forte base emozionale. Anzi, quanto maggiore è il legame emozionale, tanto più intensi sono i risultati benefici. L’emozione agisce in molte disfunzionalità psico-fisiche ma ovviamente non si tratta soltanto di emozioni determinate dal rapporto uomo-animale.
    Sulla base di recenti ricerche; vi sono stretti legami tra emozione, rilassamento ed effetti sanitari benefici come quelli prodotti da questo tipo di intervento. La risposta  di rilassamento attraverso  il rapporto con un animale amico, comporta una serie di variazioni fisiologiche che sono opposte alla risposta reattiva causa di stress, soprattutto cronico. Come conseguenza si assiste per esempio, ad una diminuzione del ritmo cardiaco e di quello respiratorio, nonché della pressione arteriosa e del tono muscolare, con variazione delle onde elettro-encefalografiche. La diminuzione del tono muscolare spiega come diverse patologie croniche che interessano l’apparato locomotore sono influenzate in modo positivo dalla TMC. Particolarmente interessanti sono le alterazioni nervose, in quanto  comportano anche modificazioni a livello ormonale.
    Recenti ricerche hanno meglio chiarito il rapporto che sussiste tra un’emozione positiva ed il benessere biologico. Hanno dimostrato che la risposta neuro-psichica di rilassamento modifica l’attività ed il comportamento di alcune note strutture cerebrali nervose. Queste strutture, presenti e ben sviluppate in tutti i primati, gioca un ruolo chiave nelle emozioni, nel piacere sessuale ed altre sensazioni. Oltretutto sono ben sviluppate anche nei cavalli.

     

    Stimolazione psicologica
    Un intenso rapporto uomo-animale rappresenta un forte stimolo psicologico, che coinvolge diversi settori della psiche umana: comportamento sociale e meccanismi di relazione, componenti caratteriali ed aspetti cognitivi. La presenza partecipata di un animale induce la persona ad “uscire” dai suoi problemi, poiché deve rispondere   comunque ai bisogni vari dell’animale e per questo  tramite si confronta anche con tutti gli altri. Da questa partecipazione scaturiscono molti effetti benefici, anche indiretti. Doversi interessare dell’alimentazione di un animale, ad esempio, porta ad interessarsi anche della propria (oltre ad altri aspetti della vita di solito rifiutati); e questo è  un elemento importante per molte malattie (per citarne una, l’anoressia) che provocano inappetenza e svogliatezza.

     

    Meccanismo ludico
    Un aspetto molto importante per comprendere come agisce la TMC è il gioco, il divertimento e non raramente il ridere, che spesso s’instaura nel rapporto uomo-animale. Quando una persona interagendo con il cavallo  gioca con esso, o ride per il modo buffo in cui si comporta, aumenta le sue possibilità di difesa e quindi di guarigione. E’ dimostrato, infatti, che il gioco induce per esempio al movimento e il movimento è la miglior ginnastica.
    Oltre al fatto che si riscopre anche la possibilità di divertirsi ancora e perfino con un essere diverso da noi.

    Meccanismo Psico-Somatico
    E’ sempre più evidente che la psiche influisce sull’organismo e che moltissime malattie cosiddette fisiche hanno alla base una componente psichica. Attraverso i meccanismi affettivi, emozionali, di stimolazione psicologica e ludici, frequentemente associati, la TMC attua importanti modificazioni  anche di tipo psico-somatico. Alcune attività a cavallo possono de potenziare, vale a dire abbassare una certa tensione interna più o meno specifica,(sentita cioè prevalentemente in alcune parti del corpo) e determinare interessanti modificazioni fisiologiche ad essa connesse.

    Meccanismo Fisico
    La componente fisica della TMC è indubbiamente importante e viene sfruttata in diverse occasioni. Tipici sono gli esempi di lavoro sia riabilitativo, sia pre-sportivo o sportivo, come la cura del cavallo per badare ai propri bisogni vitali, di cibo  e di socialità.

     

    Meccanismi Associati
    I singoli meccanismi inoltre agiscono quasi sempre fra loro, associati. Ad esempio nella TMC la componente fisica si associa sempre a quella emotiva: di interesse per l’ambiente, per gli altri e per il gioco. E’ questo il motivo per cui una passeggiata a cavallo è sempre più stimolante e quindi fisiologicamente più salutare di una gita in bicicletta e senza dubbio migliore
    - soprattutto da un punto di vista psico-sensoriale - di una solitaria pedalata su di una “ciclette” posizionata al centro di una stanza.
    Da quanto finora detto,  si deduce che questa forma di intervento abbia diverse applicazioni e finalità sia nel campo vasto degli handicap psico-fisici sia nel campo dell’educazione. Si può ampliare l’orizzonte, e affermare, che oltre ad un grande ruolo nella educazione di adulti, giovani e bambini, è possibile riconoscere anche una finalità più strettamente formativa alla TMC.

     

     

    Finalità psicologico-educative
    La TMC è idonea per il trattamento dei disturbi comportamentali in bambini e adulti come per esempio: cattiva o insufficiente socializzazione, inadeguato rendimento scolastico, senso di insicurezza, casi di bambini cosiddetti iper-cinetici con difficoltà dell’attenzione, e problemi dell’impulsività, e di soggetti ansiosi,ecc. Casi di persone con disturbi di tipo cognitivo come i ritardi mentali, ai quali possono associarsi problemi nelle relazioni con gli altri di diversa natura ed intensità; o di persone con Sindrome di Down in cui il lavoro con il cavallo può essere orientato su diversi versanti, educativo, o più strettamente motorio o psicomotorio, piuttosto che sul versante della comunicazione e della relazione o maggiormente sul versante affettivo-emotivo, o  sociale.  Si può avere ancora  efficacia nella riduzione dell’aggressività in persone con problemi psichiatrici,  in detenuti,  in situazioni di dipendenza come la  droga, ecc. In tutte queste situazioni  per esempio è molto utile la dimensione relazionale ed il legame affettivo che si stabilisce con il cavallo. La considerazione che il cavallo sia un essere vivente con dei propri bisogni  e delle  necessità quotidiane sia di tipo materiale che più particolarmente di tipo affettivo e relazionale, permette di aprire spazi di riflessione anche profonda sulle personali esigenze sociali e relazionali, e su un proprio modo di essere al mondo. La considerazione che più avanti si  faceva rispetto alle reazioni del cavallo sempre ed assolutamente coerenti alle leggi che ne governano il comportamento e quindi l’autenticità delle sue reazioni rispetto alle azioni dell’uomo permette ai soggetti in terapia di confrontarsi con dimensioni quali il rispetto di se stessi e degli altri e la propria ed altrui libertà.  L’equitazione di per se come cavalcatura e veicolo prevede la conoscenza di regole, è disciplinante e normativizzante, permette di stimolare la capacità di auto-controllo e autogestione, e se praticata in gruppo, di socializzazione.  Sono questi gli elementi che diventano, per queste situazioni, vere e proprie ipotesi e strumenti tecnici di intervento......................(....)

    Le finalità inoltre formative e in senso piu' ampio di conoscenza migliore di sè e consapevolizzazione di processi relazionali anche specifici è favorita dalla natura stessa di questo animale di relazione. Il cavallo e la relazione con esso ci permette di entrare in realtà differenti e di arricchire la nostra vita di punti di vista diversi e integrabili......(...). Le nostre attuali paure, il nostro disagio di vivere probabilmente è riconducibile alla separazione prodottasi fra noi e il resto del mondo naturale: lo stimolo è quello di ricominciare ad osservare...................

    _________________________________________________________________________________

     

     

     

 

 

Counsellingmediazioneanimale