La sinestesia è la capacità di comunicare tra di loro che i canali sensoriali dell'uomo possiedono. E' molto probabilmente una capacità (e nelle arti terapie a mio avviso una risorsa, sia per le scoperte che puo' in qualche modo stimolare nel mondo interno per la persona, sia sul piano degli interventi riabilitativi per diverse patologie sensoriali) che l'uomo possiede sin dalla nascita, ed è probabilmente la modalità di conoscenza del mondo circostante e della elaborazione delle complesse stimolazioni che il neonato effettua con il suo apparato senso-percettivo-motorio. A tal proposito in passato, ma forse anche oggi, molti sono gli artisti che hanno utilizzato questa particolare modalità di funzionamento che tende ad essere sostituita da una maggiore differenziazione dei canali sensoriali con la maturazione e l'evoluzione...ma sempre li.. disponibile e pronta ad essere in qualche modo ed in parte risperimentata. F.Montefinese

 

MUSICA DA VEDERE E IMMAGINI DA SENTIRE: MUSICOTERAPIA E SINESTESIA

 

Mercoledì 13 Settembre 2006
Fonte: Newton
Secondo un team di neuroscienziati britannici, il binomio tra vista e udito è il miscuglio di sensi che funziona meglio nel nostro cervello
Quante volte vedendo un quadro ci è venuto spontaneo pensare ad una musica che poteva starci bene, oppure ascoltando una sinfonia ci è venuta subito in mente un’immagine o un colore? Un’esperienza comune, che in alcune persone, come raccontavano anche i poeti maledetti Rimbaud e Verlain, è vissuta in maniera più intensa, dando origine ad un vero e proprio ‘miscugliò di sensi chiamato sinestesia. Un’abilità, quella di incrociare le sensazioni nel cervello, che hanno poche persone, i sinesteti appunto, anche se in realtà visione e ascolto sono strettamente interconnesse in tutti noi.
A dirlo sono alcuni neuroscienziati dell’University College di Londra, che hanno presentato il loro studio al BA Festival of science, dimostrando che quello che voleva fare il pittore russo Kandinsky (nell’immagine, una sua opera) è possibile, cioè creare quadri che si possono ascoltare e musiche che si possono vedere. Dalla loro ricerca emerge che molti di noi preferiscono le immagini e i suoni combinati insieme, anziché presi singolarmente, e tendono ad abbinarli. Un fenomeno che potrebbe essere utile per vedere come capiamo l’arte e le forme d’arte che combinano suoni e immagini, come balletti, opera e animazioni.
‘’Il pittore russo Kandinsky voleva fare l’arte visiva più come forma di musica, astratta - ha spiegato Jamie Ward - Sperava che i suoi dipinti potessero essere ‘ascoltati’. Un’esperienza che appare più praticabile ora che abbiamo scoperto questo forte legame tra la visione e l’ascolto. Anche se le informazioni dal mondo entrano nella nostra testa tramite diversi organi sensoriali, come gli occhi e le orecchie, una volta che sono nel nostro cervello sono intimamente connesse l’una all’altra, e non in modo casuale. In particolare, quella tra suoni e immagini, è la combinazione che funziona meglio delle altre'’.
Durante una serie di esperimenti, i ricercatori hanno chiesto a sei sinesteti e sei persone “normali” di disegnare e descrivere le loro esperienze visive di musica suonata dalla New London Orchestra. Successivamente hanno mostrato queste immagini a più di 200 persone, cui è stato chiesto di scegliere quelle che secondo loro si adattavano meglio alla musica. E la risposta quasi unanime è stata sempre in favore dei sinesteti. Il che dimostra che anche se le persone senza sinestesia non sono in grado di ascoltare un dipinto o vedere la musica, sono però capaci di intuire l’incrocio di sensazioni e di scegliere l’immagine “corretta”.
‘’Mentre i sinesteti possono sentire veramente un quadro di Kandinsky, il resto di noi no. Ma questa ricerca mostra che tutti abbiamo un legame tra vista e udito, anche se non siamo veramente coscienti. Speriamo - hanno affermato i ricercatori - che capendo meglio la sinestesia, potremo comprendere come i nostri sensi cono collegati nel cervello e come questo può aiutare a creare e apprezzare i lavori che combinano arte e musica”. Il prossimo passo, annunciano gli esperti, ‘’sarà usare le immagini del cervello per vedere cosa succede in quello dei sinesteti quando i quadri di Kandinsky danno l’avvio al suono, e viceversa con la vista”.

 

ARTITERAPIEEMUSEI

 

SULL'USO DELLE IMMAGINI NELLE ARTITERAPIE

LE IMMAGINI: ESSENZE CHE CURANO

 

 

L’intervento Arte-Terapeutico si caratterizza sempre più -a mio parere- come azione Psico-Terapeutica, condividendo con quest’ultima sia la finalità complessiva - che è quella di migliorare la qualità della vita e curare patologie psichiche - sia lo strumento di base - che si delinea come una comunicazione - ma, quest’ultima, alquanto speciale, poiché caratterizzata da una potente mediazione esercitata dalle Immagini. 

Già, le Immagini. 

Nell’antica e giovane Arteterapia le Immagini la fanno da padrone, di qualsiasi natura esse siano, visive, uditive, tattili, propriocettive e via dicendo. Nella relazione Arteterapeutica, la continua trasformazione di sensazioni in Immagini grazie al processo creativo, permette di costruire quella struttura simbolica e di senso; nonché di risemantizzare gli eventi ed i fatti dell’incedere quotidiano nell’esistenza di ognuno. Sembrerà retorica, ma si può parlare di “Arte che guarisce”. 

Già, dopo gli psicofarmaci, dopo le psicoterapie si approda al mondo interno di ognuno di noi sulle ali dell’Arte e per mezzo delle Arti-Terapie. Esagerando -ma non troppo- possiamo dire che l’Arte avvicina o meglio ci concede, se pur per brevi attimi, di con-tattare qualcosa di Essenziale, quella Cifra squisitamente umana che si caratterizza nell’atto del Trascendere se stessi, quella Spinta iniziale -e perché no- per alcuni altri, Dio. 

Vorrei provare a esercitare delle individuazioni e delle distinzioni. 

Le Immagini e la loro applicazione in un contesto di Cura –intesa nel senso più ampio del termine- è una visione che nell’ambito del pensiero della Psicologia Analitica ha trovato in C. G. Jung la massima – credo - concettualizzazione ed espressione. Le Immagini lungi dall’essere solo il ricordo mnemonico di un qualcosa che ci è accaduto, ma sono generatrici di un mondo interiore che opportunamente Com-preso può rendersi visibile o meglio sensibile, e percepibile dunque con i nostri sensi. E’ in questo attimo della relazione creativa che può prendere forma un ulteriore cambiamento ed una nuova speranza. Ancora, un altro studioso, a mio parere interessante per i suoi ulteriori approfondimenti, un certo Henry Corbin, afferma che le immagini appartengono al mundus imaginalis, un luogo che per il filosofo Platone “nessuno dei poeti di quaggiù ha mai cantato degnamente”, ma che permette al mio mondo tangibile di Essere, di partecipare alla grande danza delle forze dell’Universo e a tutta l’Energia presente nel Cosmo. Ha dunque, l’Immagine, questo fondamentale legame con ciò che è proprio dell’Esemplare, dell’Archetipo, con qualcosa che è Paradigmatico direi. Le Immagini come evento già sensibile, vale a dire percepibile con i nostri sensi e come appartenente al mundus immaginalis è -secondo diversi pensatori e non solo occidentali- l’eco percepibile di quella regione che possiede dimensioni ed estensione, forme e colori, non direttamente percepibili se non nella sua Epifania, vale a dire nel suo passaggio dallo stato di occultamento, di potenza, allo stato luminoso e manifesto, direi Rivelato, che sono le Immagini o l’Immagine che portiamo in un contesto di crescita e di evoluzione come quello Arte-Terapeutico. Questo passaggio è -a mio parere- proprio il processo della Creazione, è il processo Creativo, che viviamo nel momento in cui una immagine preme ai confini della nostra coscienza per divenire sensibile e condivisibile. L’arte ci permette di pescare nel mare dell’Immaginale le nostre proprie e singolari, Uniche Immagini. In questa regione Immaginale J. Hillman riconduce tutti i fenomeni della nostra mente, i nostri comportamenti, le azioni, gli eventi sociali-umani e naturali. Un grande spazio Archetipico di modelli primari e ricchi di Senso che ri-significano i nostri atti e danno coesione (anche inconsapevolmente alla nostra esistenza). L’Immagine in quanto Epifania di quel Soffio Vitale (Elan vital) del pensatore Bergson, che Sostanzia il nostro Sé. Noi siamo la nostra Immagine

Altra cosa è la con-fusione moderna tra “immagine, fantasia, fantasticheria,” ed io aggiungerei “irreale, a-logico, inutile, non concreto, deviante” e via dicendo. Niente di più banale e di più fuorviante. L’Immagine di fronte alla quale ci troviamo in un setting Arte-Terapeutico è un tentativo di rivelazione dell’Essenziale e di un Sé profondo, esattamente del “ciò che Sono”. Un tentativo di arricchimento e di trans-formazione del mio corpo, delle mie emozioni, dei miei pensieri, dei miei comportamenti della mia vita. Il recupero di un Senso, nel tessuto tangibile della nostra esistenza quotidiana. 

Niente di più influente del mondo Immaginale e delle Immagini da esso provenienti; niente di più potente di questa Intelligenza Spirituale; niente di più concreto del recupero di una Informazione che aleggia nel vuoto dell’Universo ed attende di essere colta nello spazio tra un mio pensiero ed un altro mio pensiero, nello spazio inter-cellulare e nei misteriosi legami di Sostanze Rivelatrici di quell’Unico momento iniziale che se solamente intuito può permetterci di iniziare a cambiare questo nostro Viaggio. 

  

 

UNO SPECIFICO SULLE ARTITERAPIE

a cura di

Francesco Montefinese

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La creatività  è  sempre stata in qualche  modo  considerata legata  ad una  temporalità, vincolata - per esempio - al tempo  del prima; al passato,  così come  al tempo   futuro;  al poi. In  realtà,  forse,  bisognerebbe iniziare a considerare  il processo creativo  inscrittto  all’interno  di una temporalità circolare; quella circolarità e quella  unità di primitiva  memoria che  oramai  tutte le scienze ed ancor più l’epistemologia e la fisica con i  suoi  studi  sul mondo  micro  - scienza considerata in  qualche  modo  base  del sapere scientifico -  hanno  evidenziato.

Parlo  ovviamente di  una creatività  non  legata ad  esigenze  specifiche anche di produttività, veloce o breve che sia, ma  di  una creatività  più lenta, di  quella forma  di  processo  creativo che diventa  una sorta  di contemplazione senza azione per  il  creatore medesimo.

In  questo  senso  probabilmente potrebbe essere  utile in un  setting  Arteterapeutico, in cui  il concetto   di  Terapia  è inteso  nel  senso più etimologico  del  termine, in senso  olistico e complessivo, non  nella mera e ristretta accezione medica. E’  proprio  in questo  senso così preso, e cioè del processo  Creativo  e  Terapeutico, che  possiamo  scorgere nelle immagini  non  solamente, l’iimagine che  l’opera  d’arte  produce di se stessa,  ma, cogliere i movimenti  medesimi delle varie forme  mentali del creatore o  dell’artista. Le tracce, i percorsi, che , potrebbero  coincidere o non  essere necessariamente (anzi penso che  sia difficile che lo siano) gli  stessi  di  quelli  che  il  fruitore  coglie osservando l’opera  d’arte o il  prodotto  artistico. In  realtà  penso sia   maggiormente  utile e probabilmente necessario, questo  aspetto  di  abbandono  ad  un  processo, appunto  quello  creativo;  ad  un  flusso  che è  sincretiscmo,  e  che  soprattutto non è scelto. Questo credo  sia  l’apporto  più  utile che  l’arte  possa offrire  agli uomini anche nei  termini  di una vera  filosofia dell’Integrazione.